L’altra faccia del lunedì – Francia ultimo atto, scene da uno spappolamento

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Nell’ultima settimana abbiamo visto diverse fotografie dalla Francia, solo apparentemente sconnesse fra loro.  Abbiamo visto Vincent Lambert ucciso dallo Stato e il giorno prima solo una manciata di persone pregare per lui. Abbiamo visto di fronte a Notre-Dame sfilare alcuni esaltati con un cartello “Carola Notre-Dame de l’Europe” (e il sindaco socialista annunciare la cittadinanza onoraria all’indagata). Abbiamo visto numerosi clandestini, i Gilet neri, certo organizzati da qualcuno, invadere il Pantheon, uno dei luoghi se non il luogo simbolo della République, e inscenare una indecente gazzarra. Abbiamo visto le strade di Parigi e di Montpellier invase da algerini che hanno distrutto e messo a ferro a fuoco quartieri delle due città, uccidendo una persona nel centro occitano che fu di François Rabelais e di  Auguste Comte. Abbiamo infine visto il ministro dell’ecologia  contestato da manifestanti che agitavano aragoste di plastica: gli rimproveravano giustamente le cene a base di quel crostaceo e di gran cru da 300 euro a bottiglia offerte ad amici quando era presidente del Parlamento: offerte, per meglio dire, dai francesi, come accusa la corte dei conti.

Sono tutte immagini che mostrano plasticamente come la Francia sia ormai il buco nero dell’Europa, la metafora del declino della sua civiltà, della sua cultura, della sua società. E con Europa non intendiamo la Ue, ma proprio la comunità di cultura, identità, tradizione e religione che ha definito nei secoli quella che si è usi chiamare Europa.

Certo Belgio, Olanda, Svezia sono in una china ancora più grave, forse ormai perse per sempre, in ogni caso incapaci di rispondere. Ma, serieusement, vogliamo paragonare il contributo francese alla civilisation europea, oltre che il suo peso geopolitico e via dicendo, con quello dei tre piccoli paesi? La lenta ma neanche tanto eutanasia, termine in questo caso appropriato, della Francia ci porterà tutti nelle tenebre. Unico flebile elemento di speranza: il suo corpo sociale e politico, quello delle campagne e della provincia, la Francia periferica, sembra ancora in grado di reagire. Come dimostrano i fischi a Macron ieri, alla sfilata del 14 luglio, un evento quanto mai rarissimo quello della contestazione del presidente durante la festa della nazione per eccellenza.

Ma se poi la tabe stesse nella stessa natura con cui si è costruita la République? Con la sua dottrina dei droits de l’homme et du citoyen, con la sua mistica giacobina, con il suo statolatrismo, con la sua vocazione imperialistica sempre mal celata? Per capirne l’origine servono fino a un certo punto i testi di sociologi e politologi. Servono i classici: del pensiero politico, della letteratura, della filosofia. Serve, ad esempio rileggere un Thomas Mann, non quello “democratico” dei Moniti all’Europa ma quello conservatore della Montagna incantata e soprattutto delle Considerazioni di un impolitico. Insomma meno tabelle e big data e più concetti, metafore ed allegorie. L’Europa (vera, non la Ue) si salva anche così.

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