
Milano è sotto assedio. Non solo per le inchieste giudiziarie che stanno scuotendo Palazzo Marino, ma anche per una tempesta politica, economica e ideologica che sogna di minare il suo modello di sviluppo.
Nell’inchiesta scandalo che ha investito anche il sindaco Beppe Sala, i magistrati ipotizzano un sistema di gestione delle pratiche edilizie fatto di pressioni indebite e rapporti ambigui tra amministrazione e costruttori privati. Le accuse, si sa, sono gravi e sarà la magistratura a stabilire eventuali responsabilità. Nessuno ad oggi è colpevole: ogni vero liberale è anche un convinto garantista, pertanto bisogna attendere il corso degli eventi.
Tuttavia, mentre il sindaco ribadisce la propria fiducia nella giustizia e invita a non trarre conclusioni affrettate, una discreta fetta della politica si è già lanciata in una resa dei conti e chiede la testa del primo cittadino. Ciò che fa sorridere, però, è che gli attacchi più violenti non provengono dalla destra, che invece ribadisce a gran voce che essere indagati non significa essere colpevoli, ma dalla sinistra più radicale, la stessa che fino a qualche mese fa andava a braccetto col sindaco della città simbolo del Pd (forse perché compiaciuta dai suoi calzini arcobaleno…).
La sempre guerrigliera compagna Ilaria Salis, europarlamentare di Alleanza Verdi Sinistra, ha definito Milano “la capitale degli speculatori”, un esempio di “urbanistica neoliberista” al servizio dei profitti e non delle persone. In un post mezzo proletario mezzo moralista, Salis ha sostenuto che “le manacce avide del mattone stanno strangolando la città”. Parole tanto forti quanto sciocche. Perché se oggi c’è un caso Milano nel panorama nazionale, è proprio grazie alla sua capacità di attrarre investimenti e capitali. E questo accade per la centralità che Milano ha acquistato negli ultimi anni, centralità che chiaramente prescinde da Beppe Sala ma che non è stata da lui limitata.
Il primo cittadino è difatti il protagonista di un’amministrazione con tantissime falle e largamente insufficiente (dalla sicurezza alla ricerca sfrenata e inutile del green), ma di tutte le colpe a lui imputabili non rientra certamente quella di aver giustamente supportato la crescita capitalistica della città.
La Milano economica è diventata negli ultimi venti anni una metropoli al passo con i tempi. Una capitale europea che ha saputo reinventarsi, puntando su cultura, innovazione e grandi eventi.
Una città che per le aziende funziona e che attira una moltitudine di realtà internazionali. La competitività economica comporta chiaramente anche delle tensioni sociali, prima fra tutte l’aumento dei canoni di locazione. Il caro affitti è un tema da sempre cavalcato dalla sinistra radicale ed è una realtà, ma rappresenta anche l’altra faccia del successo: quando la domanda cresce, i prezzi salgono. È una dinamica di mercato basilare che non si gestisce con slogan degni di un appuntamento al Leoncavallo, come il tetto agli affitti o le occupazioni, ma con strumenti intelligenti per le fasce più deboli della popolazione tra cui l’edilizia pubblica. Gli affitti alti generano ricchezza per tutti, e se crescono significa che la domanda può permetterseli.
Ciò significa lasciare indietro chi non riesce a farlo? Assolutamente no, ma la soluzione non può essere l’appiattimento bieco dell’economia.
Riconoscere nel progresso economico milanese una colpa anziché un merito, significa non comprendere le logiche del mercato libero, e finire per condannare Milano all’immobilismo e alle cartoline della solita Italia pizza e mandolino: bella da vedere, ma che non balla.
Chi come Salis, Bonelli e tanti altri propone un’alternativa fondata su un rigetto totale dell’economia di mercato, immaginando una città senza profitto, senza concorrenza, senza dinamiche private, propone in realtà il declino. Milano non è perfetta, tutt’altro. Ma è viva. Le sue contraddizioni si affrontano governando, non criminalizzandole.
E in questo quadro, pur con tutte le ombre e gli errori che circondano il suo secondo mandato, almeno Beppe Sala non ha oscurato una visione: quella di una città internazionale, moderna, capace di attrarre e trattenere aziende internazionali.
Se l’alternativa è un populismo di sinistra che confonde lo sviluppo con lo sfruttamento e il mercato con l’ingiustizia, allora sì: urge difendere Sala. Non per assolverlo, ma per non arrendersi all’utopia regressiva di chi vorrebbe riportare Milano indietro di trent’anni.
Alessandro Bonelli, 19 luglio 2025
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