«Serviva un capro espiatorio». È con questa accusa che un’associazione pro-Palestina di Perugia, All Eyes On Palestine, ha commentato sui social l’arresto di Mohammad Mahmoud Ahmad Hannoun, presidente di una delle principali associazioni palestinesi attive in Italia. Un testo duro che parla di “copione già visto”, di criminalizzazione del dissenso e di un’operazione pensata per colpire l’intero movimento pro-Gaza.
Secondo questa narrazione, Hannoun sarebbe il “nome giusto al momento giusto”: figura visibile, presente alle manifestazioni, già colpita nei mesi scorsi da un Daspo a Milano per la partecipazione ai cortei. Non un terrorista clandestino, ma – come si legge nel post – qualcuno che «cammina in mezzo alla gente». Un bersaglio ideale, insomma, per intimidire un movimento e restringere il perimetro del lecito.
Ma il quadro tracciato dalla magistratura è di tutt’altra natura e portata.
L’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Genova, con il coinvolgimento di Polizia di Stato, Guardia di Finanza e il supporto dell’intelligence, contesta a Hannoun un ruolo apicale nel finanziamento di Hamas. Secondo gli inquirenti, attraverso associazioni formalmente benefiche sarebbero stati raccolti e trasferiti verso Gaza oltre sette milioni di euro, con la consapevolezza – o almeno l’accettazione – che quei fondi potessero rafforzare l’organizzazione terroristica.
Non solo: nelle carte giudiziarie si parla di una vera e propria cellula operativa in Italia, con ruoli definiti e una rete strutturata. Un’ipotesi che, se confermata, va ben oltre la semplice attività politica o umanitaria.
Il post dell’associazione perugina insiste però su un punto chiave: Hannoun era già stato indagato nei primi anni Duemila e l’inchiesta si era conclusa con un’archiviazione. A rafforzare la folle tesi di una persecuzione politica viene citata anche l’inclusione di Hannoun in una blacklist del Dipartimento del Tesoro statunitense, letta come prova di un allineamento automatico dell’Occidente alle indicazioni israeliane. Perché ovviamente quando i pm indagano su un politico questo è automaticamente colpevole. Se arrestano Hannoun, invece no: è un complotto. “Il meccanismo è noto – scrivono – È lo stesso già visto contro le Ong che operano a Gaza, contro l’Onu, contro Francesca Albanese. Israele indica, l’Occidente recepisce. Chi soccorre diventa sospetto. Chi testimonia diventa fiancheggiatore. Ora il raggio si stringe anche qui. In Italia. Ci pensa Piantedosi, con gli ausiliari infilati nella magistratura. L’obiettivo è chiaro: criminalizzare una causa, intimidire un movimento, riscrivere il perimetro del lecito. E farlo col linguaggio dell’emergenza, della paura, dell’ordine pubblico”.
Molto critico sull’indagine anche l’avvocato Dario Rossi, difensore di Mohammad Hannoun. “Si cerca un pretesto per metterlo a tacere. Ne parlavamo da tempo con Hannoun e ci chiedevamo quando sarebbe successo: da sei mesi si assiste a una campagna martellante, tutti i giorni, in Parlamento e su alcuni giornali. Era evidente che si volesse far calare il sipario su di lui – dice il legale all’Ansa – Hannoun abbia lavorato alla luce del sole, dicendo cose sensate e impegnandosi per gli altri, senza che nessuno sia mai andato davvero ad analizzare i contenuti del suo lavoro”. Rossi è convinto che ci sia “una chiara volontà politica di metterlo a tacere, perché ha una grande capacità politica ed è andato più volte in Palestina insieme a numerosi esponenti della politica italiana del centrosinistra”. Massima la fiducia che alla fine si risolverà tutto nel nulla: “Lui dal 2003 al 2010 è stato sottoposto a indagini per lo stesso reato – ricorda l’avvocato – Tutto archiviato dopo anni di indagini e intercettazioni, con la conclusione che la sua attività era identica a tutte le altre organizzazioni umanitarie”.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


