
Qui al bar abbiamo la memoria lunga. Saranno i troppi caffè? Ci ricordiamo, ad esempio, di quando lo storico Alessandro Barbero, da sempre mito della sinistra radicale, comunista dichiarato, con un paio di sortite era finito nella lista nera dei rossi. Era il 2021 e, a settembre, il simpatico professore torinese, in un’intervista alla Stampa, si lasciava andare ad alcuni commenti pericolosissimi: si domandava “se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna, che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi”, in quanto priva di “aggressività, spavalderia e sicurezza di sé”. A prima vista delle banalità, magari un po’ bigotte, ma furono abbastanza per sollevare un coro di indignazione contro il professore sessista.
Un mesetto dopo, Barbero ci mise il carico da novanta, spingendosi fino a contestare il regime Draghi-Speranza fondato sul green pass (era l’epoca del Covid, ancora). Peraltro, certo non per assumere una posizione no vax: anzi, diceva che piuttosto che il certificato verde era meglio l’obbligo vaccinale. Divenne un po’ come Massimo Cacciari, che sui vaccini era ben più scettico: un compagno che sbaglia.
Adesso ha corretto definitivamente l’errore: rientrato nei ranghi, Barbero si è schierato, con argomenti peraltro sgangherati, per il no al referendum sulla giustizia. Tutti i giornali progressisti lo riprendono e lo celebrano. E la sua autorevolezza, unita alla fama acquisita anche grazie ai meme sui social, lo rendono un ottimo testimonial per la disperata battaglia della casta con la toga. Dalle stelle alle stalle e poi di nuovo in alto: per i sacerdoti del pensiero unico, è facile come bere un caffè.
Il Barista, 21 gennaio 2026
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