Si parla spesso e si ritorna a discutere oggi in parlamento di “finanziare il cinema” come se fosse un dovere collettivo, un investimento “pubblico” nella cultura. Ma la domanda vera è: perché mai i contribuenti dovrebbero pagare per film che magari non guarderanno mai?
Il cinema è un’industria, non un servizio pubblico. Se un film ha valore, troverà pubblico e investitori disposti a sostenerlo. Se non li trova, vuol dire che non vale abbastanza da pretendere le tasse di chi magari fatica a pagarsi l’affitto.
Il paradosso è che la più autentica, rivoluzionaria stagione del nostro cinema, forse l’unica degna davvero di nota, il neorealismo, che oggi viene agitato dalla sinistra come grimaldello per nuovi miliardari finanziamenti “pubblici”, nacque non grazie allo Stato ma nonostante lo Stato. Registi come Rossellini e De Sica giravano con pochi mezzi, pellicole recuperate, attori presi dalla strada e un solo capitale: il genio e la libertà. Nessun fondo ministeriale, nessuna commissione, nessun “tax credit”. Solo coraggio e creatività. Poi, quando il successo arrivò, lo Stato fece ciò che sa fare meglio: mise il cappello, inventò i sussidi, le leggi di settore, le rendite culturali. Da lì in poi, più burocrazia, meno libertà e trame benvolute dall’intellighenzia di sinistra. Lo Stato intervenne solo dopo il successo, per istituzionalizzare e censurare.
Il cinema – come l’arte, la musica, la letteratura – vive solo nella libertà. Quando dipende dai fondi pubblici diventa un’industria assistita, e quindi addomesticata. Chi vuole libertà creativa deve difendere prima di tutto la libertà economica: quella di rischiare, di scegliere, e di fallire senza pretendere che a pagare sia qualcun altro, cioè i contribuenti.
Andrea Bernaudo, 8 ottobre 2025
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