Ci sono storie che scuotono un Paese intero perché costringono a guardare dove troppo spesso si preferisce distogliere lo sguardo. La vicenda della piccola Beatrice, morta a soli due anni in una casa di Bordighera, è una di queste.
Per mesi quella bambina ha vissuto in un contesto segnato da violenze, umiliazioni e sofferenze che nessuno è riuscito a fermare. Ora, a distanza di quasi quattro mesi dalla sua morte, l’inchiesta ha compiuto un nuovo passo: dopo la madre, anche il compagno della donna è stato arrestato con l’accusa di maltrattamenti aggravati dalla morte della minore.
Ma al di là delle carte giudiziarie e delle contestazioni della Procura, ciò che emerge dalle indagini è un quadro che lascia sgomenti. Gli investigatori avrebbero trovato nei dispositivi sequestrati immagini della bambina con il volto tumefatto e segni evidenti delle violenze subite. Elementi che, secondo gli inquirenti, raccontano una sofferenza protratta nel tempo e incompatibile con le spiegazioni fornite inizialmente dagli adulti coinvolti.
La mamma Emanuela A., 43 anni, è stata poi arrestata con l’accusa di omicidio preterintenzionale e detenuta nel carcere femminile di Pontedecimo, a Genova.
La dinamica della morte di Beatrice
Secondo la ricostruzione degli investigatori, la piccola Beatrice sarebbe morta nella notte tra l’8 e il 9 febbraio scorso, tra mezzanotte e le due del mattino. In quelle ore si trovava nell’abitazione del compagno della madre insieme alle sue due sorelle maggiori. Gli accertamenti avrebbero portato gli inquirenti a una conclusione precisa: quando la donna lasciò la casa del compagno per tornare a Bordighera, la bambina era già morta da diverse ore. In auto con lei c’erano anche le altre due figlie, di 9 e 10 anni che hanno testimoniato delle violenze che subivano in casa.
Cosa non torna
La mattina dell’9 febbraio, alle 8.21, la donna chiama il 118 chiedendo aiuto dalla sua abitazione di Bordighera. Ma per il giudice, a quell’ora la morte della bambina risaliva già a molte ore prima. Le immagini delle telecamere di sorveglianza avrebbero inoltre permesso di ricostruire gli spostamenti effettuati poco prima della richiesta di soccorso. Nell’ordinanza si sottolinea come sia difficile credere che la madre non si sia accorta delle condizioni della figlia. Secondo il giudice, la donna avrebbe preso in braccio la bambina più volte, caricandola in auto, riportandola a casa e infine adagiandola nella culla, senza rendersi conto che fosse già priva di vita.
Un altro elemento che ha attirato l’attenzione degli investigatori riguarda il tempo trascorso tra il rientro a casa e la chiamata ai soccorsi: circa sette minuti. Inoltre, sempre secondo quanto riportato nell’ordinanza, durante la telefonata al 118 la donna avrebbe simulato di essersi appena svegliata, una circostanza che gli inquirenti ritengono incompatibile con quanto ricostruito dalle indagini.
Le accuse al compagno della mamma
Sotto accusa anche Manuel Iannuzzi, 42 anni, compagno della madre Emanuela Aiello. Su di lui grava l’accusa di maltrattamenti aggravati dal decesso della piccola. L’uomo era fino ad oggi indagato a piede libero per omicidio preterintenzionale. Ora si trova in custodia cautelare, e la sua abitazione è stata sequestrata dai carabinieri. A incidere in maniera decisiva sull’inchiesta è stato il contenuto del suo telefono cellulare.
Tra gli elementi più sconvolgenti ci sono alcune fotografie dove appare la piccola Beatrice appare con il volto segnato da evidenti lividi e tumefazioni che, secondo l’accusa, sarebbero riconducibili ai maltrattamenti subiti. Ancora più inquietante un video: nelle immagini la bambina viene costretta a fumare una sigaretta, piange disperata, mentre gli adulti presenti ridono e riprendono la scena senza pietà.
Nel cellulare sarebbero stati trovati anche numerosi messaggi WhatsApp che documenterebbero episodi di violenza e vessazioni nei confronti della piccola. Nell’ordinanza di custodia cautelare, il giudice descrive un quadro fatto di maltrattamenti continui e particolarmente gravi, parlando di comportamenti caratterizzati da una «indole crudele», da una «intensità selvaggia» delle percosse e da modalità definite «atroci».
L’esame autoptico, ha rivelato che il decesso della bambina è stato causato da un grave trauma cranico. La madre aveva cercato di giustificare le ecchimosi attribuendole a una caduta dalle scale avvenuta qualche giorno prima.
La Procura parla di una spirale di violenza che avrebbe avuto come vittima una bambina incapace di difendersi. Un dramma consumato tra le mura domestiche, lontano dagli occhi di tutti, fino all’epilogo più tragico. L’inchiesta farà il suo corso e saranno i tribunali ad accertare responsabilità e colpe. Ma la storia di Beatrice è già diventata qualcosa di più di un caso giudiziario: è il simbolo doloroso di una fragilità che la società non è riuscita a proteggere.
Cristina de Palma, 30 maggio 2026
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