Bettini: nuova corrente, vecchia sinistra

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La doppia morale, la presunzione di essere i migliori, l’arroganza di dividere sempre il mondo tra bene e male, sentirsi sempre dalla parte giusta della storia, auto-assolversi da ogni errore, giustificare i compagni che sbagliano, coltivare  la presunzione di decidere per il bene degli altri, godendo della silenziosa attitudine all’occupazione professionale del potere. Incredibile quante insopportabili fesserie di sinistra abbiamo dovuto sopportare negli anni.

Bettini si fa la corrente

Ma la storia si ripete, ed oggi dobbiamo ancora leggere, sul Manifesto di giovedì 15, dello stucchevole e surreale dibattito interno al Pd: “Bettini si fa la corrente: dopo l’89 siamo stati succubi del liberismo”. Ora che Bettini si faccia la corrente va benissimo e chissenefrega, ma che sia stata fatta per contrastare la “dittatura del mercato” e liberarci del liberismo, mentre, impavidi si combatte contro il governo Draghi “troppo elitario”, beh no francamente è troppo.

Ma l’instancabile nostalgico del Pci vuole “riproporre un punto di vista critico, anche se sarà considerato eretico” che, a parte l’efficace frase allitterante, non vuol dire proprio nulla in bocca a chi solo 2 mesi fa (mesi non anni…) invocava Ciampolillo responsabile per salvare un governo che evidentemente gradiva più dell’attuale.

Ovviamente mentre l’impresa falliva, il Pd era intento ad occupare posti di rilievo nel nuovo governo mantenendo granitica la presa sul potere, senza risparmiarci un ministro di lungo corso come Orlando che, forse mentre saliva al Quirinale, si pentiva per essersi “immedesimati con l’establishment”.

Il nostalgico Bettini

Ma il Manifesto ci regala altre perle come quando, preda della nostalgia, Bettini si scopre lirico invocando “come i neorealisti di tornare nelle strade e scoprire l’Italia vera”. Perfetta sceneggiatura per Veltroni, il titolo lo propongo io: ladri di monopattini. Ma zoom prende la mano e ripartono infaticabili le fesserie contro il condono, primo atto del governo Draghi e con Giorgetti “indifferente a chi perde il lavoro”. Ecco quest’ultima frase di tal Mancini, mi perdonerà ma io non so chi sia, è esattamente l’emblema di quello che da almeno 40 anni mi fa impazzire.

Siamo nel pieno di una pandemia che sta distruggendo posti di lavoro in tutto il mondo, Giorgetti sta disciplinatamente al governo insieme a Speranza, dopo essere rimasto fuori dal Conte 1 considerandolo una schifezza indigeribile. Da poco più di un mese sta al Mise tentando di districarsi tra dossier assurdi lasciati marcire dai suoi incapaci predecessori grillini (Alitalia, Ilva, ecc.), mentre cerca di rappresentare, con moderazione e diplomazia, un partito che sta facendo delle riaperture in sicurezza la sua bandiera nel tentativo di salvare qualche posto di lavoro. E sarebbe “indifferente”? Bah!

La solita, vecchia sinistra

Fatela finita, prima di perderlo il lavoro bisogna trovarlo e un partito che pensa solo a chi lo perde fa due cose sbagliate: crea deficit e illude i lavoratori.

Ma la nostra sinistra, purtroppo, è Zingaretti che parlando di bar, ristoranti, palestre ecc. li descrive come “lavoretti”, mostrando la sua faccia più brutale, quella che distingue i lavoratori ideologicamente tra utili e superflui. Perché chiamarli “lavoretti”, non riconoscendo la dignità in qualunque lavoro, significa evocarne l’eutanasia, considerando intere categorie sacrificabili.

Beh, volevo informare Bettini e il Pd che molti di questi “lavoretti” in questi giorni sono scesi in piazza e, anche senza i neorealisti, forse sarebbe stato utile incontrarli per scoprire un poco di Italia vera.

Antonio De Filippi, 18 aprile 2021

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