Ieri pomeriggio a Bologna, nel quartiere Pilastro, i residenti esasperati hanno chiamato le Forze dell’Ordine. Un uomo di 43 anni, Abderrahim Fakir, di origine marocchina, titolare di una ditta di facchinaggio e residente a Sasso Marconi, si trovava per strada in evidente stato di escandescenza. Pertanto i cittadini, preoccupati, hanno chiesto aiuto.
Arrivano gli agenti e vengono persino supportati da alcuni civili coraggiosi che scendono in strada per dare una mano. L’intervento appare necessario e proporzionato, in quanto l’uomo non accenna a calmarsi e, stando alle prime indiscrezioni, inizia addirittura a colpire la volante della polizia. Così, gli agenti utilizzano uno spray urticante e decidono di immobilizzare il soggetto con delle fascette, tutto ciò alla presenza del 118.
Subito dopo l’uomo lamenta di sentirsi male e inizia a chiedere aiuto. In pochi minuti, tragicamente, perde la vita. Le cause del decesso saranno chiarite dall’autopsia disposta dalla Procura che ha aperto un fascicolo. Le bodycam degli agenti sono già a disposizione degli inquirenti, elemento fondamentale per ricostruire con trasparenza la dinamica di una morte ovviamente triste, che lascia una famiglia distrutta e una comunità scossa.
Eppure, invece di attendere gli accertamenti, la macchina del fango contro gli agenti si è messa subito in moto. La sinistra radicale, con la solita voglia di banchettare sulle tragedie, ha già individuato i colpevoli e ovviamente sono gli stessi di sempre: le guardie, gli sbirri. Quegli schifosi sceriffi che osano mettersi a disposizione della collettività e intervenire quando viene loro richiesto.
Così Ilaria Cucchi, senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra, è intervenuta immediatamente parlando di un fatto gravissimo, evocando casi passati come Magherini o Aldrovandi e annunciando un’interrogazione parlamentare. Al suo fianco, in coro, figure come Ilaria Salis, tutti i partitini di estrema sinistra come Potere al Popolo e vari intellettuali di quell’area politica che sembra non perdere mai l’occasione per delegittimare le forze di polizia. Sono i compagni sciacalli, quelli che tornano a imperversare sui social e nelle dichiarazioni dipingendo gli agenti come carnefici senza pietà, ignorando tutto ciò che succede attorno a loro. E dunque, anche in questo caso, non si sa nulla della dinamica e nulla di ciò che ha condotto il soggetto alla morte. Eppure i colpevoli ci sono già. E c’è anche un caro facile parallelismo con gli States: George Floyd. Perfetto, il piatto è servito.
Ogni volta che un intervento delle forze dell’ordine finisce in tragedia (soprattutto se coinvolge persone con background migratorio) scatta il processo sommario, la colpevolizzazione di chi indossa la divisa. Le accuse feroci a un’intera categoria, la totale assenza del più misero grammo di gratitudine per chi ogni giorno affronta situazioni difficili per la sicurezza dei cittadini, spesso in quartieri complessi.
Gli agenti sono intervenuti su richiesta dei residenti, hanno contenuto un soggetto agitato che aveva danneggiato un mezzo di servizio, hanno chiamato i sanitari. Sino a prova contraria, hanno agito nel rispetto delle regole e del loro dovere.
La famiglia della vittima davanti alle telecamere chiede a più riprese vendetta, una sola volta giustizia, e anche questo è sintomatico del clima e dell’inserimento nella società di questi nuovi europei.
In ogni caso, la giustizia vera passa per indagini serie, non per processi mediatici sommari. Nel video circolato si sentono le urla dell’uomo che invoca “aiuto” e “basta”. Immagini drammatiche, che meritano analisi attenta e non strumentalizzazioni.
Eppure c’è chi ha il coraggio di parla già chiaramente di morte di Stato.
Questo caso è già l’ennesimo strumento di propaganda contro le forze dell’ordine.
Alessandro Bonelli, 20 Luglio 2026
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