
Sabato mattina, nel corso di Omnibus, in onda su La7, si è svolto un vero e proprio duello all’Ok corral tra Luigi Marattin, ex renziano di ferro ed esponente del neonato Partito Liberaldemocratico, e Gianna Fracassi, esponente di spicco della Cgil. Il tema del contendere ha riguardato uno dei referendum che si propongono di rendere ancor più rigido il mercato del lavoro, ossia quello che in soldoni chiede di abrogare la parte del Jobs Act in cui si prevedono contratti a tutele crescenti e la disciplini dei licenziamenti considerati illegittimi.
Ebbene, ad un certo punto della discussione, mentre parlava la sindacalista, la quale i grandi stava raccontando i grandi vantaggi che tale abrogazione avrebbe portato alla causa dei lavoratori dipendenti, l’economista napoletano è letteralmente sbottato, accusando la Fracassi di raccontare balle, al pari della sua organizzazione. Tant’è che il conduttore Frediano Finucci, è stato costretto a mandare in onda la pubblicità, onde consentire agli animi surriscaldati di placarsi.
Ripreso il dibattito, Marattin ha spiegato in modo a mio avviso convincente i motivi del suo attacco, e lo ha fatto leggendo un passaggio piuttosto significativo presente nel testo con cui la Corte costituzionale ha approvato il quesito in oggetto: “La circostanza che all’esito dell’approvazione del quesito abrogativo, il risultato di un ampliamento delle garanzie per il lavoratore non si verificherebbe in realtà in tutte le ipotesi, perché in alcune di queste (in particolare nel caso del licenziamento intimato al lavoratore assente per malattia o infortunio, oppure intimato per disabilità fisica o psichica a un lavoratore che non versava in realtà in tale condizione) si avrebbe in realtà un arretramento della tutela.”
In pratica, come lo stesso Marattin aveva sinteticamente spiegato in precedenza in post pubblicato su Facebook, “se il referendum passa, si torna alla disciplina precedente: ma in quel caso, per i licenziamenti disciplinari o per quelli per motivo oggettivo ma privi di giustificato motivo, la durata dell’indennità corrisposta al lavoratore scenderebbe da un massimo di 3 anni ad un massimo di 2 anni.”
Ma, evidentemente, ciò non importa molto al sindacato guidato da Maurizio Landini, dato che si ha l’impressione che si sia disposti anche a peggiorare in parte le effettive condizioni dei salariati, pur di ritornare ad una visione novecentesca del lavoro, dominata da una crescente conflittualità tra il “padronato” – secondo una definizione tanto cara ai nostalgici di una sinistra massimalista – e i loro dipendenti sfruttati per definizione. Direi l’8 e il 9 giugno sia assai produttivo per il Paese andare al mare.
Claudio Romiti, 25 maggio 2025
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