“Bottiglie in mare per Gaza”. Che ridere: eco-green e pro-Pal si scannano

La campagna "A Bottle of Hope for Gaza" finisce male. L'accusa degli ambientalisti: "Inquinano il mare"

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bottiglie gaza

All’inizio del millennio il nuovo positivismo di stampo marxistoide aggiornava l’agenda delle utopie per via tecnologica: l’informatica, la Rete avrebbe finalmente risolto i conflitti di classe avverando l’utopia del vecchio Karl, lavorare poco o niente e dedicarsi all’arte, alla speculazione. Venticinque anni dopo i cantori dell’eterno mondo nuovo debbono prendere atto dell’ennesima disillusione: la Rete è posseduta, in sostanza, da pochi miliardari che la usano per costruire il consenso, l’intelligenza artificiale elimina l’homo faber, l’uomo che lavora, i social sono colossali Panopticon, macchine del controllo e del conformismo alimentato dall’odio, dall’intolleranza verso il pensiero non allineato; questi social scatenano pensieri maniaci, mode deliranti che poi confliggono in modo anche drammatico.

È di questi giorni la protesta, via social, degli ambientalisti contro i pro-Pal che, in modo del tutto velleitario e conformistico, hanno lanciato l’ennesima iniziativa in tutti i sensi insostenibile: bottles to Gaza è la puttanata colossale di quelli che riempiono a metà bottiglie di latte o di riso e le lanciano nel mar d’Egitto “dirette a Gaza”, dove non possono arrivare, ma così, per gesto estetico, per “fare qualcosa” e soprattutto per parlare di sé, per filmarsi mentre si spedisce l’ennesimo vetro nell’oceano. Un po’ come le nostri cantanti da Onlyfans che schiappettano avvolte dal bandierone di Hamas.

Fermatevi, dicono gli ambientalisti e dicono l’ovvio che non si può non dire, che in tempi di follia diventa necessario dire, ma che è inutile dire. Fermatevi: le vostre bottiglie non arriveranno mai, non possono arrivare, in compenso inquinano, perché sono migliaia, milioni, inquinano, intossicano e rappresentano pure un discreto spreco di risorse: a Gaza c’è proprio bisogno di latte, di riso, di farina, di integratori che dal cielo piovono col contagocce, quando le lasciano piovere, scatenando una furibonda lotta per la sopravvivenza che si risolve nello sterminio fra miseri. Fermatevi, ma nessuno si ferma, la pulsione della vanità è più forte della ragione, la scorciatoia della coscienza prevale sull’elementare rispetto dell’ambiente. Attivisti climatici, ambientalisti e pro-Pal condividono la stessa idea, o ideologia, ma finiscono per collidere negli intenti; e gli intenti sono manicomiali.

Fermatevi, ma nessuno si ferma, nessuno ascolta. È così facile lanciare una moda, basta un telefono che ci riprende e poi due clic. E questa pazzia conformista delle bottiglie nel mare dell’indifferenza, dell’impotenza è subito dilagata. Ovviamente esaltata da Repubblica che ormai non è più un giornale, è un ricettacolo di dispacci demenziali: “Mentre nella Striscia di Gaza si muore di fame, dalle coste egiziane parte una iniziativa che ha un valore simbolico ma nasconde anche una speranza concreta. È stata chiamata “From Sea to Sea – a Bottle of Hope for Gaza”. Le persone riempiono bottiglie di plastica di grano e farina e le lanciano in mare sperando che le correnti le portino ai palestinesi. “From Sea to Sea – a Bottle of Hope for Gaza”.”Perdonateci, fratelli – dice l’uomo del video -. Non c’è nulla che possiamo fare per voi. Questa bottiglia potrebbe essere la ragione della vostra salvezza nel Giorno del Giudizio”. E prega: “O Dio, proprio come hai trasportato Noè nel mare con onde grandi come una montagna, porta questo da parte nostra a Gaza. O Dio, il mare è uno dei tuoi soldati”.

Basterebbe questo a capire che il mondo è oltre l’alienazione e l’informazione, che dovrebbe funzionare da filtro critico, raziocinante, completa il delirio, non si capisce se pagata o per psicosi autoindotta, per convinzione malata. “Sperando che le correnti le portino ai palestinesi”. La situazione a Gaza si è fatta di tragedia epocale e non si risolve con iniziative favolistiche. Piaccia o non piaccia a chi legge, e probabilmente a molti che seguono questa testata non piace leggerlo, è in atto qualcosa di mostruoso, chiamatelo genocidio, strage sistematica, chiamatelo come volete, ma di atroce, la reazione di Israele, che non risponde più di niente a nessuno, si è fatta un 7 ottobre quotidiano e se non ci mette mano il solito Trump, che è pazzo ma è anche l’unico a poter intervenire, davvero si va verso l’estinzione di un popolo.

Con tutte le questioni, le ragioni, le considerazioni che si vogliono tirare in ballo, con tutte le colpe possibili da addossare all’accozzaglia criminale di Hamas, con tutte le dotte dissertazioni di carattere geopolitico, con tutte le cautele quanto alle fonti che sempre da Hamas discendono. Ma non è, non è più una questione numerica: ciascuno deve porsi moralmente di fronte ai bambini che muoiono di ogni morte, di fame, di morbo così come seppelliti vivi dalle macerie, e poi, non solo da cristiani, specialmente da cristiani, chiedersi solo una cosa, solo una: qual è il confine tra difesa e apocalisse, quando una ragione diventa un alibi?

Una cosa è certa, il mondo degli umani non fa che regredire, siamo sempre a un passo dalla scimmia assassina e quel passo volentieri lo compiamo; ogni giorno nuovi fronti di guerra, adesso anche tra Cambogia e Thailandia, per un tempio, un simulacro, e dietro ci stanno i colossi americano e cinese. Ogni pretesto anche futile è ottimo per sterminarsi. E gli invasati egocentrici che pretendono di risolvere una guerra globale, frammentata su dieci focolai, intossicando il mare di bottiglie con dentro alimenti da sprecare. In nome dell’ambiente, della pace, della sovranità dei popoli.

Max Del Papa, 29 luglio 2025

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