
Qui al bar siamo indecisi: Mario Draghi è più un redentore che scende giù dal cielo, oppure un Checco Zalone che cade dalle nubi?
Ogni due per tre, l’eroe della Bce, l’idolo dei competenti, dispensa perle di saggezza ad auditori adoranti. A dicembre del 2024 predicava: l’Europa ha sbagliato a puntare tutto sull’export, depauperando il lavoro salariato. Bene, bravo, sette più, anzi, trenta e lode. Ieri, dal podio dell’Università di Lovanio, che gli ha conferito una laurea honoris causa, l’ex banchiere ha celebrato il funerale dell’ordine internazionale e ha elencato tutti i mali dell’Ue, invitandola a trasformarsi in una vera federazione.
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E pur censurando l’atteggiamento degli Usa, ne ha avute anche per la Cina, che non si fa scrupolo di sfruttare le dipendenze nelle catene di approvvigionamento create nei nostri confronti. E che, entrando nel Wto, ha distorto il commercio internazionale anziché integrarsi nel sistema. Applausi.
Ma Draghi, mentre tutto questo accadeva, dov’era? Mentre l’Ue distruggeva la domanda interna (Mario Monti dixit), lui era al circolo a giocare a tressette? Mentre Pechino ci divorava, lui era a fare jogging? Presidente del Financial stability board (quando, per dirla con Giulio Tremonti, preferiva il free trade al fair trade), governatore di Bankitalia, presidente della Bce, presidente del Consiglio. Oggi Draghi scende dal cielo o cade dalle nubi?
Il Barista, 3 febbraio 2026
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