
C’è una parola che in Italia mette tutti d’accordo: semplificazione. Appena la pronunci, scatta l’applauso automatico. Eppure, quando si scava sotto la superficie, spesso si scopre che la “difesa della sicurezza” nasconde altro: una tassa di fatto che qualcuno non vuole mollare. È il caso dei controlli sulle caldaie domestiche. Il ministero dell’Ambiente sta lavorando a una bozza di decreto che introduce una razionalizzazione di buon senso: stop alle ispezioni in presenza per gli impianti sotto i 70 kilowatt (cioè la stragrande maggioranza delle caldaie italiane) e un controllo di efficienza energetica ogni quattro anni come standard nazionale. Meno burocrazia, meno costi, più proporzionalità. Apriti cielo. Le associazioni di categoria parlano di disastro annunciato, di rischio per la sicurezza, di attentato all’ambiente. Ma vale la pena dirlo con chiarezza: qui non siamo davanti a un problema di sicurezza, bensì alla difesa di un balzello che garantisce incassi certi a chi quei controlli li fa.
Partiamo dai fatti. Oggi milioni di famiglie sono obbligate a sottoporre la propria caldaia a verifiche periodiche in presenza, spesso ripetitive, costose e poco utili. La bozza del Mase non elimina la manutenzione né i controlli: semplicemente distingue tra impianti industriali e caldaie domestiche, introducendo verifiche documentali da remoto e fissando uno standard nazionale ogni quattro anni. Le Regioni, se vogliono fare di più, potranno farlo, ma dovranno spiegare perché. Una piccola rivoluzione liberale, in un Paese che vive di adempimenti inutili.
Le critiche arrivano puntuali. L’Associazione Riscaldamento Senza Emissioni parla di un sistema che rischia di diventare “meno verificabile”. Secondo il presidente Riccardo Bani, “Ridurre i controlli su milioni di caldaie non rende il sistema più sicuro, lo rende solo meno verificabile”. E ancora: “In questo contesto, la digitalizzazione rischia di diventare un alibi per arretrare sul fronte della prevenzione. I dati sugli incidenti legati al gas dimostrano che il rischio non è teorico, ma concreto: tra il 2019 e il 2023, il Comitato Italiano Gas ha censito 1.119 incidenti legati al gas canalizzato per uso civile, con 128 vittime e 1.784 persone ferite. Numeri che spostano il tema dalla semplificazione amministrativa alla sicurezza delle case”.
Numeri drammatici, certo. Ma il punto è un altro: quegli incidenti non sono causati dall’assenza di un bollino o di una visita rituale, bensì da impianti vecchi, installazioni sbagliate, comportamenti irresponsabili. Pensare che una verifica standardizzata, spesso puramente formale, sia la diga contro le tragedie è un’illusione burocratica.
Poi c’è l’Unione Artigiani, che chiede di riscrivere il decreto perché farebbe un favore ai “proprietari irresponsabili”. Secondo il segretario generale Marco Accornero, la bozza rappresenta “un passo indietro per sicurezza domestica, salute, efficienza energetica e tutela ambientale”. E l’associazione parla di “un incentivo ad evadere la manutenzione, con ricadute dirette sulla sicurezza delle abitazioni, sui consumi energetici e sulla qualità dell’aria”. Tradotto: meno controlli obbligatori significa meno fatture garantite. Perché diciamolo senza ipocrisie: il sistema attuale funziona come una tassa occulta, pagata da milioni di cittadini anche quando l’impianto è perfettamente a norma. Un meccanismo che non distingue tra chi fa manutenzione corretta e chi no. Tutti dentro, tutti a pagare.
Si arriva persino al paradosso delle sanzioni da 2.000 a 12.000 euro sui limiti di temperatura e accensione, che – come ricordano gli stessi critici – “non possono che essere riscontrati fisicamente”. E allora? Davvero pensiamo che serva un esercito di ispettori nelle case degli italiani per controllare il termostato? Confartigianato, Cna e Casartigiani insistono: “I controlli e la manutenzione delle caldaie domestiche sono essenziali per la sicurezza, la tutela della salute e la qualità dell’aria”. Nessuno lo nega. Ma una cosa è la manutenzione, altra cosa è l’obbligo di controlli ripetuti, centralizzati e a pagamento, che finiscono per colpire sempre i soliti noti: i cittadini onesti.
La verità è semplice: allungare i tempi di revisione è giusto. È una scelta di buon senso, che riduce costi inutili, responsabilizza i proprietari e toglie di mezzo una burocrazia che spesso serve più a chi incassa che a chi vive nelle case. La sicurezza non si difende moltiplicando carte e timbri, ma con regole chiare, controlli mirati e responsabilità individuale. Il resto è solo difesa di rendita.
Franco Lodige, 17 dicembre 2025
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