
Al di là delle solite sterilissime polemiche di rito officiate con una cospicua dose di ingiustificata indignazione da media, partiti e intellettuali avversi all’esecutivo, quello centrato dal governo guidato da Giorgia Meloni nell’ultima parte di questo 2025 con l’epocale sgombero dei centri sociali Leoncavallo e Askatasuna è stato un risultato non scontato e tutt’altro che trascurabile.
Dopo circa un trentennio di abusi, ingentissimi danni economici e dilagante impunità, occorreva dare un segnale forte e deciso che andasse convintamente verso un’unica direzione, quella della legalità. Senza dubbi, timori reverenziali, ritrosie o tentennamenti vari.
Attenzione, però: perché se è vero, e di fatto lo è, che l’impervio percorso di ripristino della legalità non poteva non passare da due tappe obbligatorie come Leoncavallo e Askatasuna, é, tuttavia, altrettanto vero che il cammino di cui sopra non può certo arrestarsi con il solo sgombero dei due centri sociali in questione.
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A tal proposito, c’è un ulteriore segnale che, già nelle prime settimane dell’anno che verrà, l’esecutivo di centrodestra farebbe bene a lanciare al fine di spegnere le voci di un presunto condizionamento ideologico alla base dello sgombero del centro sociale autogestito milanese e di quello torinese, e proseguire altresì convintamente sulla via della legalità: lo sgombero dell’edificio sito al numero 8 di via Napoleone III, all’Esquilino, a pochi passi dalla stazione di Roma Termini.
Si tratta di un ex palazzo governativo occupato abusivamente dal 26 dicembre 2003 da un gruppo di giovani facenti riferimento all’area Onc/Osa (acronimo di “Occupazioni Non Conformi e Occupazioni a Scopo Abitativo”), e divenuto in seguito la sede nazionale del movimento politico di estrema destra CasaPound Italia.
Trattandosi di un’occupazione avvenuta illegalmente oltre un ventennio or sono, che, già nel 2019, ovverosia nell’arco dei primi quindici anni, aveva prodotto, secondo un’indagine condotta al tempo dalla Corte dei Conti, un danno erariale di circa 4,6 milioni di euro, il suo eventuale sgombero si innesterebbe nel solco di quelli già avvenuti nelle scorse settimane, da annoverare, pertanto, alla voce “ripristino della legalità e risparmio per la collettività”. Ma non solo.
Perché una simile operazione, se da un lato, con ogni probabilità, comporterebbe per la coalizione di governo una perdita di consenso nelle frangie ideologicamente collocate più a destra, dall’altro sarebbe trasversalmente apprezzata dall’elettorato moderato, bacino ben più consistente di quello (assai più ristretto) che oggi guarda con favore alle idee di movimenti politici come CasaPound.
Risultato: un ampissimo ritorno in termini di consensi e popolarità per Giorgia Meloni, a fronte di poche manciate di voti perduti, che sarebbero comunque “sacrificati” sull’altare della legalità, e, al contempo, la contestuale demolizione di quel mito, cinicamente alimentato in questi anni dagli avversari politici, che vorrebbero il Presidente del Consiglio in carica eccessivamente tollerante verso movimenti e formazioni politiche di estrema destra.
Per tutte queste ragioni, attinenti principalmente alla sfera della legalità e del risparmio per le casse dello Stato, senza tuttavia dimenticare le esigenze di carattere squisitamente elettorale, sarebbe altamente auspicabile che, già nella primissima parte del 2026, Giorgia Meloni e il suo governo possano mettere in cima alla lista delle cose da fare anche l’immediato sgombero di CasaPound dalla sede abusivamente occupata.
Salvatore di Bartolo, 29 dicembre 2025
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