Carabiniere ucciso, ecco cosa succede a infangare le forze dell’ordine

Questi sono i risultati prodotti da chi getta il sospetto verso i propri difensori e legittima chi viola la legge

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Non lo sapremo mai con certezza, ma una parte di me sospetta che a uccidere il brigadiere Legrottaglie non sia stato solo il proiettile esploso dal criminale in fuga. A premere quel grilletto, metaforicamente, c’erano anche anni di avversione culturale nei confronti delle forze dell’ordine, una certa stampa sempre pronta a dubitare di chi indossa una divisa e un’interpretazione normativa che pretende da chi tutela la sicurezza pubblica comportamenti chirurgici in mezzo al caos.

Viviamo in un clima in cui un carabiniere sa bene che, se spara, rischia il processo, se non spara, rischia la vita e deve scegliere in pochi istanti. La reazione “proporzionata” è diventata un dogma interpretato, con il senno di poi, da chi analizza i fatti con calma e da dietro una scrivania. Ma in strada, durante un inseguimento, la proporzione spesso è un lusso che può costare caro.

Carlo Legrottaglie, in quelle frazioni di secondo, probabilmente ha scelto di iniziare la sua imminente vita da pensionato con meno seccature possibili. Forse, se avessimo costruito una cultura giuridica e mediatica meno ostile, più consapevole dei rischi quotidiani affrontati dai servitori dello Stato, oggi parleremmo del pensionamento di un brigadiere onesto e non della sua morte evitabile. Forse, in un’Italia meno dedita al sospetto verso i propri difensori e più decisa a schierarsi dalla parte della legalità concreta, Carlo Legrottaglie sarebbe ancora tra noi.

Giorgio Carta, 12 giugno 2025

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