Mamma mia quante stravaganze stanno scritte nell’articolo di Carlo Cottarelli (Corriere della Sera, 20 agosto) che, pur economista, scrive quel che lui stesso chiama «un pezzo sul riscaldamento globale». La prima stravaganza è nelle parole d’esordio: «Ha fatto parecchio caldo quest’estate in Italia e in Europa». Ma in Italia, nelle zone montane, si stava benissimo; e a Edimburgo si va in giro col maglioncino di lana: per chi ha la sindrome di “casa propria ombelico del mondo”, Appennini e Alpi non sono in Italia né Edimburgo è in Europa. La tecnica argomentativa è la stessa di quando all’università sentivo dire: «gli studenti protestano»; quando invece a protestare era uno studente su 100.
Ma continuiamo. Scrive l’economista: «Le misurazioni della temperatura media del pianeta, che esistono, sempre più precise…». Professore, non esiste alcuna misurazione di temperatura media del pianeta. Esistono, invece, le misurazioni locali, gli unici dati reali. Poi, sono arrivati i climatologi contemporanei che sanno poco di fisica e ancor meno di statistica, e si son messi a giocare con quei numeri producendo una cosa che chiamano temperatura media del pianeta. «Cosa – lei scrive – non contestata da nessuno tranne pochi negazionisti di professione». Siccome tra questi ultimi mi annovero io, e mi risulta che lei abbia studiato economia, cosicché qualcosa di statistica deve pur averne masticato, provo io stesso a chiarirle che non si tratta di «negazionismo di professione», ma di serio baco che inficia il suo atto di fede verso la narrazione «non contestata da nessuno».
Provi a seguirmi con pazienza, partendo dal fatto che le temperature medie del pianeta sono calcolate con un processo di calcolo che, alla fine della fiera, consiste nel calcolare varie medie aritmetiche. La domanda che dovrebbe sorgerle spontanea è: perché quelle aritmetiche, tra le infinite medie possibili? Ma andiamo ancora più a monte: cos’è la media di una sequenza di numeri? La risposta è che non esiste tale concetto, a meno di non specificare a quale circostanza ci si riferisca. Specificata la circostanza, la media di una sequenza di numeri è quell’unico numero che, sostituito a tutti i numeri della sequenza, produce la stessa circostanza.
Parlando di temperature, se in questo momento io sono a Trieste con una palla da 1 kg di piombo a 20 gradi e lei a Milano con una brocca di 1 litro d’acqua a 80 gradi, capisce bene che una media a caso tra 20 e 80 – certamente un numero – potrebbe esser priva di alcun significato. Bisogna specificare a quale circostanza ci si riferisce. Per esempio, come circostanza si potrebbe concordare quella che fornisce la temperatura di equilibrio quando immergessi la mia palla di piombo nella sua brocca d’acqua. In questo caso, la media tra 20 e 80 sarebbe non 50 (media aritmetica), non 40 (media geometrica), non 32 (media armonica) ma, per ragioni di fisica che qui non interessano, risulta essere 78. E se fosse il piombo a 80 gradi e l’acqua a 20 gradi, allora la media – per la detta circostanza – risulta essere 22. Se cambiamo la circostanza, il risultato è ancora un altro.
Ora: c’è un motivo per cui le registrazioni di temperatura debbano essere combinate attraverso medie aritmetiche? Lo chieda ai suoi scienziati di riferimento, e vedrà che non lo sanno. E non perché sono ignoranti – ché hanno studiato tutti – ma perché non ci hanno pensato o, se ci hanno pensato, hanno deliberatamente ignorato il problema e l’hanno messo sotto il tappeto.
Ma c’è di peggio. Per semplicità, immagini per un attimo un pianeta con due sole stazioni meteo; e immagini che abbiano registrato, ieri, le temperature 20 e 80 e, oggi, le temperature di 40 e 40. Oggi il pianeta risulterebbe caldo più di ieri, come ieri, o meno di ieri, a seconda che si eseguano le medie aritmetica, geometrica o armonica. Insomma, non solo non sappiamo come combinare le misurazioni locali per produrre una temperatura globale, ma combinazioni diverse danno risultati che sono certamente diversi in valore assoluto (peccato veniale), ma che potrebbero essere diversi nel loro andamento (peccato mortale).
E ancora: quale sarebbe la circostanza del caso? Siccome tutti (lei compreso) la state a menare con gli effetti della temperatura media del pianeta sugli eventi meteorologici estremi, la temperatura media globale che ci serve sarebbe quella che, sostituita a tutte le temperature locali, produrrebbe gli stessi eventi meteo. Ora, lei pensa che il meteo del pianeta di oggi sarebbe lo stesso se la temperatura fosse uniforme dai poli all’equatore e da est a ovest? Sono sicuro che non lo pensa. Allora, la temperatura media globale non è una temperatura, non è una media, e non è globale. Non saremmo lontani dal vero se dicessimo che è una media come potrebbe essere quella calcolata sui numeri di un elenco telefonico. Si chiederà: nessuno se n’è accorto? Certo, se ne sono accorti in molti. Solo che la narrazione cui anche lei ha abboccato ha avuto così tanto successo che è troppo imbarazzante correggerla pubblicamente. Ci si sta comportando come la moglie di quel diacono protestante che quando uscì “L’Origine delle specie” esclamò: «Oddio, speriamo che il signor Darwin abbia torto; e, comunque, se avesse ragione, speriamo che i nostri fedeli non vengano mai a saperlo».
Stendiamo un velo pietoso sulla sua frase «visto che la CO2 ha la capacità di trattenere il calore allora è logico pensare che le emissioni antropiche siano la causa del riscaldamento del pianeta», frase che rivela che non è la sua materia. La CO2 non «trattiene il calore», ma assorbe la radiazione di 15 micron emessa dalla Terra (e solo quella): se la Terra non emettesse a 15 micron allora la CO2 non sarebbe un gas-serra. La Terra emette tra 5 e 50 micron, quindi anche a 15 micron; ma sia il vapor d’acqua sia la CO2 naturalmente presente si “mangiano” già, per così dire, la radiazione di 15 micron, cosicché la CO2 antropica resta a bocca asciutta.
Il resto del suo articolo è un pot-pourri di banalità con molte frasi che si contraddicono tra loro. Ce ne sono in abbondanza ma per brevità ne cito una sola. In ordine all’impegno planetario (Parigi, 2015) di azzerare le emissioni, prima scrive che «non stiamo facendo abbastanza», ma poche righe dopo si lamenta che «dal 2015 a oggi le emissioni sono aumentate del 10%». Sarebbe stato un “non fare abbastanza” se anziché del 30% le emissioni si fossero ridotte del 20%, o del 10%, o anche dell’1%. Il fatto che siano aumentate del 10% non è “non fare abbastanza” quanto piuttosto una presa per i fondelli.
Ma una cosa mi permetto di notarla esplicitamente: il punto in cui lei lamenta «l’assenza di un governo mondiale che obblighi le nazioni a comportarsi in un certo modo». È una lamentela che spesso emerge nel discorso pubblico, senza che chi la avanza sembri rendersi conto dei pericoli di esplosione sociale che il presunto governo mondiale potrebbe comportare. E non azzardo a chiedere come codesto governo mondiale dovrebbe formarsi.
Franco Battaglia, 24 agosto 2026
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