Caro Porro, ho 18 anni e le scrivo di…

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Riportiamo di seguito l’articolo inviatoci da Fabio Morelli, un ragazzo di 18 anni che ha voluto condividere con noi una riflessione maturata in seguito alla lettura di un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera, riguardo a Dante e la sua Commedia.

Sul Corriere della Sera del 13 giugno fu pubblicata un’intervista di Paolo Di Stefano a una tal Teodolinda Barolini, docente di Italianistica alla celeberrima Columbia University, dove studiò persino Barack Obama. Suo padre Antonio, veneto emigrato oltreoceano, fu scrittore, poeta e giornalista; lei, figlia d’arte, è stata definita dal quotidiano di via Solferino “una voce molto autorevole” tra i dantisti. Che lei possa ritenersi tale, data la cattedra che ricopre, è del tutto verosimile, ma tra l’opinione e la realtà c’è una bella differenza. Così in una generalissima intervista sulla Divina Commedia la prima testata nazionale ha dato spazio ad affermazioni fuorvianti, che distorcono il pensiero del più grande della nostra letteratura.

La docente, incalzata dal giornalista, che ricordava il suo saggio del 1992 The Undivine Comedy (La Commedia senza Dio ndr), riaffermò il seguente concetto: “Il testo è tutto quello che possediamo. Non possediamo la visione teologica. O meglio, la possediamo solo nella veste linguistica che il poeta ha creato”. Convinta di aver appena detto qualcosa di veramente intelligente, ribadì: “La visione teologica è quindi un prodotto retorico”. A sostegno della laicità della Commedia, addusse poi come prove la scelta di Virgilio per il ruolo di guida, e di Aristotele quale filosofo di riferimento per la configurazione dell’Aldilà, “il quale – sottolineò ancora la Barolini, eccitata – è pagano”.

Tuttavia è un dato storico che Aristotele pose le basi logiche ed etiche, su cui il Cristianesimo, per mano di San Tommaso d’Aquino, fondò lo sviluppo sociale e culturale dell’Occidente, e che Virgilio fu per i medioevali il padre non solo e non tanto del fondatore di Roma, quanto piuttosto di quell’eroe che ubbidì al dio in cui credeva, rispondendo “sì” senza sapere dove ciò lo avrebbe portato (con ciò incarnando nell’occidente pagano l’archetipo del fedele che si affida, come fu Abramo nella storia dei Patriarchi biblici ndr). Ancora di più, Virgilio è l’autore dell’Eneide, il poema che celebra le origini di Roma legittimandone l’Imperium e la conseguente Pax Romana nella quale Cristo nacque e fondò la Sua Chiesa.

Infine, Virgilio è anche l’autore delle Bucoliche, nella fattispecie della IV, uno dei passi di più difficile interpretazione della letteratura latina, nella quale si narra l’avvento di un “divin fanciullo”, che avrebbe inaugurato una nuova età dell’oro. È superfluo osservare che, al tempo di Dante, nessuno dubitava che dietro quel “fanciullo” era profetizzato Cristo. Tanto basta a dimostrare da un lato che la scelta di Virgilio come guida non fu affatto da parte di Dante una scelta “d’avanguardia”, come invece vuol farci credere la “studiosa”, e dall’altro che la scelta di Aristotele come maestro del pensiero scientifico non solo è perfettamente compatibile con la dimensione di credente dell’Alighieri, ma addirittura ne costituisce il fondamento.

A smentire poi l’americana sul fatto che noi possederemmo solo il senso letterale della Divina Commedia, e non anche la visione teologica dell’autore, e che questa sia solo un prodotto retorico, interviene Dante stesso in più punti della sua produzione letteraria, su cui la Barolini non sembra essere adeguatamente preparata. Innanzitutto nella famosa epistola a Cangrande della Scala, signore di Verona, Dante informa: “Per chiarire quanto stiamo per dire, occorre sapere che non è uno solo il senso di quest’opera: anzi, essa può essere definita polisensa, ossia dotata di più significati. Infatti, il primo significato è quello ricavato da una lettura alla lettera; un altro è prodotto da una lettura che va al significato profondo. Il primo si definisce significato letterale, il secondo, di tipo allegorico, morale oppure anagogico”. Insomma, al senso letterale si affiancano nel testo altri sensi, i quali sono di chiara matrice teologica, nella fattispecie cattolica romana, al di là di ogni ragionevole dubbio.

Eventuali incertezze sul fatto che la visione teologica (e teocentrica ndr) nel pensiero dantesco sia alla base di tutta la vita umana, dalle espressioni minime di convivenza civile fino a quella massima che è la reggenza degli Stati, sono fugate, oltre che dal canto VI di Paradiso nella trattazione della figura di Giustiniano, dal saggio De Monarchia, in cui si spiega a chiare lettere che Papa e Imperatore, come due soli, indicano agli uomini la via per la Gerusalemme celeste, questo garantendo suprema giustizia nelle cose terrene, quello insegnando la via del perfezionamento spirituale: come ogni figlio si trova in uno stato di felicità quando segue le orme di un padre perfetto, così il genere umano, figlio del cielo perfettissimo, si trova in uno stato di perfezione quando segue le orme del cielo. E come il cielo è regolato al suo interno da un unico motore, che è Dio, così il genere umano è perfetto e regolato da un unico principe, il Monarca (libro I, cap. 9).

La sacerdotessa del tempio del politicamente corretto, poi, in preda a un raptus misandrico, non ha resistito alla tentazione di accanirsi contro la poesia stilnovista, secondo lei “conservatrice rispetto alle donne” poiché in essa la donna né prende parola, né è stimata “interlocutrice in grado di essere ammaestrata”. Invece a suo dire Dante sarebbe “progressista”, perché “ha dato agency (nel lessico sociologico “la potenza di agire sulla realtà, cambiandola; contrapposta all’impotenza di agire o alla non azione”) alle donne”. Purtroppo anche questa uscita infelice dimostra le gravi lacune culturali della Barolini.

Nello Stil Novo la donna, che non di rado era frutto della fantasia del poeta e perciò non esisteva nella realtà, era vista come un essere superiore, un messaggero celeste dotato di tutte le perfezioni divine, al quale non occorreva agire per imporsi all’uomo come modello (l’azione, il movimento, l’impegno sono miserie degli esseri limitati nella dimensione spaziotemporale ndr). Dal canto suo l’uomo, creatura misera e imperfetta, si sentiva attratto dalla donna come da un anticipo di Paradiso, e a essa si rivolgeva per avviare un percorso di perfezionamento interiore e morale, che avrebbe avuto in premio la beatitudine del Cielo. Era dunque questa basilare disparità ontologica a rendere impossibile il dialogo tra i due: lei troppo alta e perfetta per parlare con lui, e lui troppo basso e abietto per interloquire con lei. In Dante, che era progressista tanto quanto Marx fu liberale, accade che la Donna, per esempio Beatrice, parli non perché più buona delle altre comari, bensì perché non più donna in quanto tale, ma unicamente figura, simbolo. Così non è più Beatrice donna a parlare, ma la personificazione della Chiesa, che è donna non perché lo dica Dante, un mattino svegliatosi “progressista”, ma perché così vuole la teologia cristiana, laddove la definisce “sponsa Christi” (sposa di Cristo).

Infine l’illustrissima docente, per non deludere il lettore, ha pure toppato alla grande la natura del “motore” che sostiene Dante nel viaggio, che per la Barolini sarebbe la “brama di sapere”, tant’è che – fa notare – “Dante trova il lato positivo di Ulisse”. A questa riflessione si potrebbe rispondere prima con una facile battuta, vale a dire che Ulisse, nella Commedia, è una figura talmente positiva da essersi meritata l’Inferno, e poi con una seria confutazione. Dante subisce certamente il fascino di Ulisse, che come lui, e come ogni uomo nato alla terra, è tormentato dalla brama di conoscere il Tutto. Ma è anche consapevole del grave peccato dell’eroe greco, il quale, pur di soddisfare il suo desiderio, non ha rispettato l’ordine divino, e ha osato superare le colonne d’Ercole per indagare ciò che il divino aveva sottratto all’occhio umano.

Ulisse incarna quindi nell’occidente pagano il peccato di Adamo, che osò mangiare il frutto dell’albero della conoscenza posto nell’Eden, cui Jahvè aveva interdetto l’accesso. Questa scelta scellerata di sfidare gli dei in nome dei diritti umani aveva un nome anche nel paganesimo ellenico: è la hybris. La conoscenza per Dante diventa follia, quando l’uomo supera i limiti creaturali, per la brama di diventare divino (“Vi si apriranno gli occhi e conoscerete tutto: diventerete come Dio” sibila il serpente a Eva ndr), tant’è che le parole “fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza”, che all’orecchio dell’uomo moderno suonano tanto nobili, in realtà sono da Dante poste in bocca a un dannato, che non ha più speranza di uscire dal tormento del fuoco, come a dire “ecco a cosa conduce la brama senza limiti, anche in un campo apparentemente nobile come la scienza”.

Dante sa che la brama di conoscere è la prima e più pericolosa tentazione diabolica, ergo una deviazione dalla retta via (Genesi docet), che porta solo frutti velenosi. Nel suo cammino, dunque, soprattutto in Inferno, dove l’aria è “carca” di Male, il Poeta – come ogni uomo – è vulnerabile alle insidie di Satana, ma sa che deve resistere, e la forza per farlo sgorga dal desiderio dell’Amore infinito, ossia di Dio, che è poi l’unico e vero sostentamento e motore del suo cammino. È la tensione verso il riscatto escatologico dell’anima, quindi, che gli permetterà prima di uscire, e poi di salire, “alle stelle”. La studiosa d’Oltreoceano se ne faccia una ragione, e con essa gli studiosi progressisti e tutto il codazzo di lettori d’avanguardia. Se la distorsione ideologica alla base di tali interviste fosse causata solo da ignoranza, sarebbe financo troppo facile e rasserenante: purtroppo c’è di che temere che costoro sappiano, ma che preferiscano piegarsi all’ideologia dominante, anziché porsi al servizio dell’autore e del testo, come vorrebbero la filologia, la prassi e il codice deontologico per un buon critico.

Occorre perciò stare in guardia, perché non v’è alcuna differenza tra chi distrugge statue, mandando con esse in cocci l’intera civiltà, e chi distorce e banalizza i testi capitali della letteratura occidentale, forse nell’intento di non lasciar dire a questi testimoni scomodi tutto quello che ancora dicono e diranno sempre (“il commento baroliniano segue il corso della narrazione, senza soffermarsi sui problemi arcani” dice il pezzo, senza comprendere che proprio questa leggerezza getta una luce sinistra sull’attendibilità del commento. “Non vado oltre le 5000 parole per canto” prosegue poi la “dantista”, come se per uno studioso serio spiegare un canto della Commedia in 5000 parole potesse essere motivo di vanto!). Nella Divina Commedia c’è Dio, c’è l’Amore, e ci sono pure il coraggio e la forza, con tutta l’epopea degli uomini di ogni tempo. Nella Divina Commedia c’è la speranza nel perdono del Cielo, che non muore mai. La Divina Commedia, quindi, fa paura, per questo cercano di affossarla. Difendiamola!

Fabio Morelli, 12 luglio 2020

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