In controluce

La Regione nega il disastro del Montone ma le immagini dicono altro

Drone, tronchi nell’alveo e argini fragili: dopo l’alluvione del 2023 i cittadini denunciano nuovi rischi sul fiume Montone ma

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Caro Porro, c’è un fiume, in Romagna, che racconta meglio di tanti convegni il fallimento della prevenzione in Emilia-Romagna. È il Montone, nel tratto di Villafranca, frazione di Forlì.

Le immagini realizzate con un drone parlano da sole: tronchi accatastati, detriti, vegetazione cresciuta nell’alveo, argini erosi, golene franate. Non sono immagini vecchie. Non sono il repertorio dell’alluvione del 2023. Sono prove recenti. E mostrano un fiume che, in caso di piogge abbondanti, non necessariamente eccezionali, può tornare a fare paura. In caso di piena, infatti, accumuli di questo tipo possono ostacolare il deflusso fino ad aumentare il rischio di tracimazioni o rotte arginali. In gioco c’è quindi la sicurezza di chi vive e lavora lungo il fiume, che ha già subito allagamenti.

I cittadini lo denunciano da tempo e chiedono pulizia dell’alveo, rimozione di tronchi e detriti, abbassamento delle golene, risagomatura degli argini, controllo dei punti più fragili. Segnalano sifonamenti, erosioni, cedimenti, tane di animali fossori. Non dettagli da tecnici pignoli, ma segnali che riguardano la tenuta degli argini e la sicurezza delle persone.

E cosa fa la Regione? Invece di dire: andiamo a vedere, verifichiamo, interveniamo, risponde con una smentita. L’Agenzia per la Sicurezza territoriale e la Protezione civile, infatti, il 19 maggio diffonde un comunicato stampa in cui afferma che quelle immagini non rappresenterebbero lo stato attuale del fiume e scrive: “Nel tratto è, infatti, presente una fitta vegetazione arborea, ma nessun accumulo, essendo stati gli stessi precedentemente rimossi grazie anche alle numerose segnalazioni ricevute da cittadini e comitati”.

Peccato che poi siano arrivate altre immagini. Le prime riprese erano state realizzate con un drone lo scorso 14 maggio. Dopo la nota della Regione, il Comitato Unitario Vittime del Fango ha diffuso nuove immagini del 19 maggio, datate e geolocalizzate. E anche lì si vedono tronchi, detriti, accumuli, golene in condizioni tutt’altro che rassicuranti. Altro che materiale vecchio. Altro che immagini decontestualizzate. La situazione era ancora lì, davanti agli occhi di tutti.

La smentita della Regione è stata smentita dai fatti. A quel punto la Regione ha riconosciuto che effettivamente, in prossimità di via Zampighi, un accumulo c’è, ne ha annunciato la rimozione e gli abitanti della zona mi hanno confermato di aver visto un escavatore all’opera, a partire dal 21 maggio, per aprire un varco in uno dei punti in cui si è formato un pericoloso sbarramento trasversale. Quell’escavatore è la dimostrazione che il problema denunciato dai cittadini esisteva. Ma se il Comitato Unitario Vittime del Fango non avesse insistito, se non avessero fatto volare i propri droni, se non avessero documentato tutto ancora una volta, quel problema sarebbe stato riconosciuto?

Il punto è questo. Non c’è solo un fiume in cattive condizioni. C’è una Regione che trascura la manutenzione ordinaria dei fiumi e, se avvisata di un problema, minimizza, poi viene smentita, poi ammette almeno una parte del problema. E questo, in un territorio già devastato dall’alluvione, è inaccettabile.

L’Agenzia per la Sicurezza territoriale e la Protezione civile ha annunciato che entro il 28 maggio, nel tratto interessato, saranno completate le attività di taglio delle piante. Ovviamente questo intervento non basta. Il Comitato Unitario Vittime del Fango parla di circa 10-12 chilometri di asta fluviale che dal 2023 attendono interventi adeguati di manutenzione ordinaria. Se il problema riguarda chilometri di fiume, un intervento puntuale non può diventare il paravento dietro cui nascondere tutto il resto.

Nel loro communicato si legge però che è prevista anche una manutenzione straordinaria di gestione della vegetazione e di ripristino di sponde e golene interessate da frane o cedimenti. Mancano dettagli importanti: quando sarà realizzata? Rispetterà un cronoprogramma definito anche in termini di gestione della manutenzione fluviale? E questi interventi riguarderanno soltanto un tratto o l’intera asta fluviale segnalata dai cittadini?

Il Montone dimostra che oggi la Regione non appare dotata di strumenti sufficienti per garantire questa cura in modo continuo, programmato e verificabile. La manutenzione ordinaria dei fiumi è diventata straordinaria. Arriva dopo le denunce, dopo le immagini, dopo la pressione dei cittadini. Non dovrebbe funzionare così.

Dopo l’alluvione del 2023 si è parlato di sicurezza, adattamento climatico, casse di espansione, grandi opere, piani straordinari. Tutto giusto. Ma se nel frattempo non si riesce a tenere puliti gli alvei, a controllare le golene, a rimuovere tronchi e detriti, il territorio resta fragile.

Il Montone oggi dice una cosa molto semplice: la sicurezza non si proclama. Si fa. E comincia dalla manutenzione ordinaria, quella che non finisce nei grandi annunci ma può fare la differenza tra un territorio protetto e un territorio lasciato solo.

Elena Ugolini, 28 maggio 2026

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