Caro Porro, non capisco questa corsa a ridimensionare Sigonella

L'opinione di Salvatore Di Bartolo sul caso dei bombardieri Usa che non sono stati fatti atterrare in Sicilia

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Guido Crosetto

C’è un riflesso quasi automatico che scatta, puntuale, ogni volta che in Italia si sfiora anche solo lontanamente un tema di autonomia nei confronti degli Stati Uniti. Non è un dibattito, non è una discussione nel merito: è una corsa. Una corsa a ridimensionare, a spiegare, a rassicurare. A dire, in sostanza: “tranquilli, non è successo nulla”.

È esattamente ciò che sta accadendo in queste ore. La notizia sul presunto diniego all’atterraggio a Sigonella viene immediatamente avvolta da una nube di distinguo, precisazioni, smentite più o meno nette. Ma soprattutto viene politicamente neutralizzata. Non tanto nei fatti — che restano da chiarire — quanto nel significato. Guai a lasciar intendere che l’Italia possa, anche solo episodicamente, esercitare un margine di sovranità in contrasto con l’alleato americano.

Sia chiaro: nessuno, in questo dibattito, sta mettendo in discussione la collocazione atlantica dell’Italia. Non è questo il punto, e forzare la discussione in quella direzione è già parte del problema. Qui non si parla di mettere in discussione un’alleanza strategica, ma della possibilità — pratica o anche solo teorica — di esercitare una minima autonomia all’interno di essa. Eppure la reazione dominante sembra negare perfino questa intenzione, come se riconoscerla fosse già di per sé un passo troppo lungo.

E allora ecco il coro: “episodio minore”, “caso gonfiato”, “normale gestione diplomatica”. La linea è chiara: abbassare il volume, spegnere il segnale, evitare qualsiasi lettura che possa sembrare anche vagamente assertiva sul piano nazionale.

Ma il passaggio più rivelatore è un altro. È quando, nel tentativo di sgonfiare il presente, si riscrive il passato. Tirare in ballo Sigonella 1985 per dire che non fu una pagina gloriosa, che fu un errore, non è una semplice opinione storica: è un sintomo politico. È il segnale di un disagio profondo verso qualsiasi gesto che esca dal perimetro dell’obbedienza atlantica.

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Perché il punto non è mettere sullo stesso piano episodi diversi per contesto e portata. Il punto è chiedersi perché, ogni volta che emerge anche solo l’ombra di una decisione autonoma, scatti immediatamente l’urgenza di delegittimarla. Perché si senta il bisogno di dire: “non dovevamo farlo allora, non è il caso di farlo oggi”. O, peggio ancora, che non lo si sia fatto davvero.

Questo non è atlantismo. L’atlantismo è una scelta strategica, consapevole, che implica alleanza ma non annullamento. Non significa rinunciare a priori a qualsiasi margine decisionale, né vivere ogni atto di autonomia come una colpa da giustificare.

Qui siamo oltre. Qui si intravede qualcosa che somiglia molto di più a una subalternità interiorizzata. Una postura culturale prima ancora che politica. L’idea, mai dichiarata ma sempre presente, che il perimetro del possibile sia già definito altrove — e che il compito della politica italiana sia semplicemente quello di non uscire da quel tracciato.

È per questo che la reazione conta più del fatto. Perché rivela un’abitudine mentale: quella di considerare “normale” solo ciò che è perfettamente allineato, e “problematica” qualsiasi deviazione, anche minima.

Il risultato è paradossale. Si finisce per difendere l’alleanza indebolendo se stessi. Perché un alleato che non esercita mai autonomia non è più affidabile: è prevedibile. E la prevedibilità, in politica internazionale, è sovente solo un altro nome per definire l’irrilevanza.

Ridurre tutto a “caso gonfiato” può servire nel breve periodo. Ma nel lungo racconta una verità più scomoda: che una parte consistente del mondo politico e intellettuale italiano non riesce nemmeno più a concepire l’idea di un atlantismo critico e adulto. Solo quello, molto più rassicurante, della dipendenza.

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