Cronaca

Caso Fakir, cosa dice l’autopsia. L’accusa choc del legale: “Il governo ha deciso che doveva morire”

L'esame autoptico indica una possibile asfissia provocata da un’emorragia, ma il legale della famiglia attacca l’esecutivo. Salvini replica: “Giù le mani da Polizia e Croce Rossa”

Abdellahim Fakir
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Prima la verità giudiziaria, poi le sentenze politiche. Dovrebbe essere una regola elementare, soprattutto davanti alla morte di un uomo. E invece, sul caso di Abderrahim Fakir, c’è già chi sembra avere individuato colpevoli, moventi e persino una responsabilità diretta del governo. Poco importa che l’inchiesta sia ancora aperta e che gli accertamenti medico-legali siano tutt’altro che conclusi.

I primi risultati dell’autopsia indicano che il quarantaduenne potrebbe essere morto per asfissia, dopo che una grave emorragia avrebbe riempito di sangue i polmoni. Il sanguinamento potrebbe essere stato provocato dalle fratture alle costole riscontrate sul corpo. Un’ipotesi che appare compatibile con quanto già emerso dalla Tac, ma che dovrà essere verificata dagli specialisti nominati dalla Procura di Bologna.

I periti avranno novanta giorni per stabilire se l’emorragia abbia determinato direttamente il decesso oppure se abbia agito insieme ad altri fattori. All’esame autoptico hanno partecipato anche il consulente scelto dall’avvocato Fabio Anselmo, che rappresenta la famiglia Fakir, e quello indicato dalle difese degli agenti di polizia e degli operatori del 118 presenti durante l’intervento. Gli investigatori analizzeranno inoltre i filmati registrati dai residenti e le immagini della bodycam indossata da uno dei poliziotti durante l’immobilizzazione. Insomma, gli elementi devono ancora essere ricostruiti, confrontati e valutati. Ma per l’avvocato Anselmo il verdetto politico sembra essere già scritto.

“Questo è diventato un caso di Stato dove il governo ha deciso che Fakir doveva morire così e va bene così”, ha attaccato il legale, già parte civile per le famiglie di Stefano Cucchi, Riccardo Rasman, Giuseppe Uva, Michele Ferulli, Dino Budroni, Aldo Bianzino, Riccardo Magherini e Davide Bifolco. Un’affermazione di una gravità sconcertante. Perché una cosa è criticare le dichiarazioni dei ministri, un’altra è sostenere che il governo avrebbe deciso che una persona “doveva morire”. Non è una valutazione tecnica e non è una normale polemica: è un’accusa politica enorme, pronunciata senza che vi sia alcuna sentenza e mentre la magistratura sta ancora cercando di stabilire che cosa sia realmente accaduto.

“Leggo che, oltre agli interventi del ministro Salvini e della premier Meloni, dopo le sfilate in questura di Bologna, dove sono state affidate le indagini, niente meno che il ministro Piantedosi dice di essere sicuro che ci sia stata tutta l’attenzione, l’adeguatezza e la ponderatezza nell’operato degli agenti”, ha proseguito Anselmo. Poi l’affondo contro il titolare del Viminale: “Forse sarebbe il caso che il ministro Piantedosi frequentasse la scuola di polizia di Pescara, dove da vent’anni viene insegnato come quella manovra deve essere fatta e come non deve essere fatta, perché è molto pericolosa”. Secondo il legale, “questo non è altro che un’interferenza ancora nella magistratura”. E ancora: “È letteralmente grottesco tutto l’impegno che l’autorità giudiziaria e noi stiamo mettendo in questo procedimento, già reso impossibile dallo scudo penale, quando ogni giorno un esponente del governo assolve gli agenti. Non ho mai visto interferenze così pesanti nell’azione giudiziaria”.

Ora, che nessuno si permetta di accusare la destra di gettare benzina sul fuoco. Qui a evocare un governo che avrebbe addirittura stabilito la morte di Fakir non è stato un esponente della maggioranza, ma l’avvocato della famiglia. È vergognoso che un professionista del diritto, proprio mentre invoca il rispetto dell’autonomia della magistratura, si permetta di attribuire all’esecutivo una volontà tanto mostruosa. Si può contestare Piantedosi, si può ritenere inopportuna la difesa preventiva degli operatori, ma insinuare che il governo abbia deciso che un uomo “doveva morire” significa oltrepassare qualunque limite di decenza istituzionale. Anselmo denuncia le interferenze politiche, ma contemporaneamente consegna al dibattito pubblico una ricostruzione politica già confezionata. Chiede di non anticipare il lavoro dei magistrati, mentre sembra anticiparne lui stesso le conclusioni, almeno sul piano delle responsabilità morali. La presunzione d’innocenza, evidentemente, vale soltanto quando conviene.

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Piantedosi, dal canto suo, ha ricostruito diversamente l’intervento: “I poliziotti si sono approcciati con sensibilità e delicatezza date le circostanze, dopodiché hanno attivato le esigenze di contenimento quando la situazione degenerava”. Il ministro ha quindi invitato ad attendere gli accertamenti: “Credo che ci sia stata tutta l’attenzione e l’equilibrio e la ponderatezza che servono in questi casi. Aspettiamo le indagini della magistratura, ma credo si vada nella direzione del riconoscimento della correttezza degli operatori”.

Dopo le dichiarazioni di Anselmo, è intervenuto anche Matteo Salvini, schierandosi a difesa degli operatori: “Frasi gravi e inaccettabili. Giù le mani da Polizia e Croce Rossa”. La morte di Fakir merita risposte complete, non assoluzioni preventive. Ma non merita neppure condanne sommarie contro gli agenti, la Croce Rossa o il governo. Saranno l’autopsia, i filmati, le consulenze e l’inchiesta della Procura a stabilire le responsabilità. Tutto il resto, comprese le accuse secondo cui Palazzo Chigi avrebbe deciso che un uomo dovesse morire, non aiuta la ricerca della verità. Serve soltanto ad alimentare uno scontro politico già incendiato.

Massimo Balsamo, 25 luglio 2026

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