Caso Ranucci-Boccia: il doppiopesismo di una sinistra che non paga mai

Quando il garantismo vale solo per gli amici

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boccia ranucci

Il problema non sono le chat in sé. Il vero problema è un altro: l’aria di impunità che queste trasudano. L’idea, profondamente radicata in una certa sinistra mediatica, che tutto sia lecito, che ogni parola possa essere pronunciata senza conseguenze, purché provenga dalla “parte giusta”. È questo il vero scandalo che emerge dalle conversazioni tra Sigfrido Ranucci e Maria Rosaria Boccia: non una caduta di stile isolata, ma la conferma di un sistema di doppiopesismo divenuto ormai strutturale.

Il conduttore di Report non si limita a fare il giornalista. Si arroga il diritto di distribuire patenti morali, di classificare le persone, di insinuare appartenenze a presunte lobby, di entrare senza imbarazzo nella sfera più intima di altri individui. Un atteggiamento che, se osservato da vicino, ha poco a che fare con il giornalismo d’inchiesta e molto con l’arroganza di chi si sente intoccabile.

E qui scatta la domanda che nessuno, nel coro indulgente dei commentatori “progressisti”, sembra voler porre: cosa sarebbe successo a parti invertite? Se il copione fosse stato rovesciato? Se un giornalista etichettato come “di destra”, o anche solo come filogovernativo, avesse usato le medesime parole? Se avesse parlato di una “lobby omosessuale di sinistra”, di un giro gay “pericolosissimo”, appiccicando etichette e costruendo sospetti?

La risposta a tale domanda è fin troppo facile. Sarebbe venuto giù il mondo. Le accuse di omofobia, di odio, di discriminazione si sarebbero moltiplicate esponenzialmente nel giro di appena poche ore. Editoriali indignati, appelli, richieste di dimissioni, scomuniche morali.

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Altro che comprensione o minimizzazione: quel giornalista sarebbe stato letteralmente triturato dalla macchina mediatica, trasformato, nel tempo di un amen, in un autentico mostro, nel simbolo peccaminoso di tutto ciò che “non è accettabile”.

Ma se a parlare è uno dei volti simbolo del giornalismo militante di sinistra, allora tutto cambia. Le parole diventano “sfoghi”, le insinuazioni si relativizzano, il contesto diventa improvvisamente decisivo. È il solito schema: regole ferree e intransigenti per gli altri, tolleranza infinita per sé stessi. Un doppiopesismo talmente evidente da risultare ormai fastidioso, quasi insultante per l’intelligenza di chi osserva.

E, si badi bene, non è solo una questione di destra o di sinistra. O almeno non dovrebbe esserlo. È una questione di coerenza, di credibilità, di onestà intellettuale. Chi costruisce la propria autorevolezza predicando rigore morale e sensibilità sui temi dei diritti non può permettersi scorciatoie. O le parole hanno un peso sempre, oppure non lo hanno mai.

E invece, ancora una volta, assistiamo al medesimo copione, recitato senza più nemmeno il pudore della finzione: a sinistra tutto è consentito, tutto è giustificabile, tutto è perdonabile; a destra nulla è ammesso, nulla è contestualizzabile, nulla è redimibile.

Perché qui non è in discussione una scivolata personale, né una leggerezza privata. Qui è in gioco la credibilità di un intero racconto pubblico, di un sistema che si auto assolve, che decide chi può parlare e chi deve essere messo alla gogna, che stabilisce cosa sia accettabile non in base ai fatti ma all’appartenenza ideologica.

In questo schema, ormai ampiamente collaudato, Ranucci non rappresenta certo un’eccezione, bensì un sintomo. E finché a sinistra si continuerà a predicare moralità esercitando il privilegio dell’impunità, ogni lezione sui diritti, sull’uso del linguaggio e sul rispetto continuerà a suonare per ciò che realmente è diventata: non un principio, ma una vera e propria arma.

Salvatore di Bartolo, 11 febbraio 2026

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