In Rai l’innocenza è una colpa, mentre la colpa, se ben difesa, può diventare arroganza di carriera.
La sgangherata telecronaca di Paolo Petrecca, Direttore Rai Sport, durante la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi non è che l’ultimo atto visibile di una storia molto più frustrante per giornalisti e soprattutto giornaliste di Rai Sport, mortificate da angherie a sentire almeno il comitato di redazione.
Ma il potere non è mai una faccenda individuale. È sempre una filiera. E in sella al Cavallo oggi siede un AD che ama presentarsi come filosofo: Giampaolo Rossi affiancato da figure chiave come Antonio Marano e Simona Agnes. Per loro questa non dovrebbe essere una grana da gestire, ma un’occasione: dimostrare che il merito conta più della difesa ad oltranza e che essere espressione del centrodestra non significa scambiare la lealtà con la cecità professionale.
La Prima Repubblica, tanto vituperata, su questo aveva una regola semplice: quando si sbagliava, si pagava. Non per giustizialismo, ma per igiene del potere. Franco Evangelistisi si dimise per un’intervista fuori luogo. Vito Lattanzio lasciò il Ministero dopo la fuga del nazista Herbert Kappler dal Celio: il potere che non assume la responsabilità dei propri errori perde autorevolezza.
Oggi la tentazione è opposta: resistere, blindare, trasformare ogni critica in un complotto. È una scorciatoia che protegge nel breve periodo ma logora nel lungo, perché l’apparato che non distingue tra difesa e ostinazione finisce per proteggere ciò che lo indebolisce.
E tornano i sussurri, quelli che non entrano nei comunicati. C’è chi racconta che Auro Bulbarelli sia stato indotto a scrivere una lettera di scuse per non rinunciare alla diretta, mentre la decisione di sostituirlo era già presa. La scena doveva essere occupata comunque, magari per rendere il racconto più più gradito al Palazzo. Un passo indietro formale, una rimozione sostanziale.
E allora la domanda scomoda: che male aveva fatto davvero Bulbarelli? Aver creato ancora più attesa per l’ingresso del nostro amato Presidente? Se questo è un errore, non è professionale ma culturale: l’idea sacrosanta che un evento vada preparato, non raccontato.
Da qui nasce un’altra voce, ancora più comoda: davvero Sergio Mattarella avrebbe chiesto una testa? O evocare il Quirinale serve solo a non guardare dentro la propria catena decisionale?
Il potere ama le coperture alte perché evitano l’autocritica. Ma l’autocritica, se praticata, rafforza. È ciò che distingue un apparato che sopravvive da uno che governa. Per il CDA Rai l’occasione di una svolta.
Luigi Bisignani, 9 febbraio 2026
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