
Da settimane, forse mesi, nelle università italiane si respira una bruttissima aria di repressione e di pensiero unico. Un tanfo propagato dai collettivi studenteschi prevalentemente professanti il comunismo o l’anarchia, che nella questione palestinese hanno trovato terreno fertile su cui far subdolamente crescere le proprie idee malsane, protette dalla campana di vetro della strumentalizzazione della guerra a Gaza.
E così in alcune aule professori vengono cacciati a calci, rei di essersi dichiarati antisemiti o di aver speso qualche parola a favore di Israele, e poi perfino sospesi dalle università. E così in alcuni atenei gli alunni ebrei non frequentano più, per la paura di interfacciarsi con colleghi membri dei collettivi che a favor di telecamere ribadiscono che gli israeliani vadano uccisi con il gas, rievocando inequivocabilmente mostruosità che si credevano sepolte.
In questo teatro dell’orrore però, c’è chi inizia ad alzare la testa. C’è chi inizia a dire di no. E lo fa non in un ateneo privato dove i climi sono tiepidi, lo fa in quella che indiscutibilmente è la culla dell’attivismo radicale universitario di sinistra: all’Università La Sapienza di Roma. Alcuni studenti iscritti alla facoltà di Scienze politiche infatti, dinnanzi all’ennesima occupazione, hanno protestato pacificamente per cercare di riottenere un diritto sacrosanto che a causa delle proteste viene loro negato, quello allo studio.
Nello specifico, una rappresentante della facoltà contraria all’occupazione ha dato vita ad un sit-in assolutamente pacifico e pacato, con un semplice cartellone con su scritto “La cultura non si chiude a chiave”. La studentessa ha raccontato l’episodio tramite la pagina Instagram Welcome to Favelas: “Stiamo assistendo all’ennesima occupazione di scienze politiche, come da tre anni a questa parte, e io in qualità di frequentante posso dirmi totalmente stufa, per questo mi sono presentata qui per protestare”. Apriti cielo: alla ragazza è stata contestata la legittimità della protesta e non è stata concessa la parola durante un’assemblea pubblica in quanto bollata come fascista. Il protocollo è chiaro, dopotutto: se non sei allineato al pensiero dei buoni fancazzisti che bloccano l’università, sei certamente una fascista.
Ma la studentessa non si arrende e si lascia andare ad una sacrosanta intemerata per smascherare l’ipocrisia dei compagni rossi che hanno monopolizzato la facoltà: “Con che coraggio parlate di diritto allo studio quando per via dei continui cortei il nostro luogo del sapere è stato totalmente imbrattato e devastato con un danno di 330.000 euro? Dovreste vergognarvi! Si manifesta per la libertà di parola, e io? Io perché non posso parlare?”. Ci vorrebbero più persone come lei, più studentesse come lei. Più ragazzi, più adulti che dinnanzi ai soprusi rossi sempre più frequenti di chi pensa di poter parlare per tutti, si alzano e rivendicano i diritti che gli vengono negati.
Questa, dopotutto, è la differenza fra noi e loro. L’individualista, il liberale, punta a scegliere per sé stesso e solo per sé stesso. Il collettivista, il comunista, ha la presunzione di essere nel giusto e di dover dettare la linea per sé e per gli altri. Per questo, cara studentessa, sei dalla parte giusta della storia. Avanti tutta, con coraggio.
Alessandro Bonelli, 6 ottobre 2025
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