C’è qualcosa che non torna sulla libertà di Brusca

Lo scannacristiani ha estinto il suo debito con la giustizia. Ma non possiamo fermarci all'indignazione

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Brusca

Più che indignare dovrebbe far riflettere. Dovrebbe spingere l’opinione pubblica a compiere una riflessione critica e razionale e a chiedersi seriamente: “perché?” Com’è stato possibile che “u scannacristiani”, uno che ha commesso più di un centinaio di omicidi (talmente tanti che fatica persino a ricordarne il numero), tra cui quello tristemente celebre di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, strangolato e poi sciolto barbaramente nell’acido a soli quindici anni, sia da qualche ora, a tutti gli effetti, un uomo libero? Perché, inaccettabile ma vero, dopo un periodo di “transizione” durato circa quattro anni, in cui il boss pentito di San Giuseppe Jato ha potuto fruire della misura alternativa della libertà vigilata, Giovanni Brusca ha definitivamente estinto il suo debito con la giustizia e riacquistato la piena libertà.

Decisiva, ai fini della preventiva scarcerazione del capomafia palermitano, si è rivelata la scelta, maturata nel 2000, di intraprendere un percorso di collaborazione con la giustizia che ha avuto in questi anni, come sottolineato da Maria Falcone, sorella di Giovanni, “un significativo impatto sulla lotta dello Stato contro Cosa Nostra”. E ciò, per quanto concerne la mera narrazione dei fatti.

Ma torniamo pure al punto di partenza: l’indignazione.

Un sentimento in tal caso ampiamente giustificato, del tutto legittimo, che in queste ore dilaga in un lungo e in largo nel Belpaese, occupando, anche in tal caso giustamente, tutte le prime pagine dei principali quotidiani, tutti concordi nel definire Giovanni Brusca “l’uomo che azionò il telecomando nella strage di Capaci”. Il telecomando, appunto. È questo lo snodo cruciale dell’intricata questione, il punto focale su cui centrare l’attenzione per provare a far luce sulle tante zone d’ombra che tutt’oggi permangono su Capaci e comprendere le reali ragioni che hanno permesso al “macellaio” di San Giuseppe Jato di riacquistare preventivamente la libertà nonostante l’ingente quantità e la cruda efferatezza dei delitti commessi nella sua lunga carriera criminale.

A tal proposito, vale la pena porsi qualche lecito interrogativo. Primo: siamo proprio certi che ad azionare il tristemente noto telecomando che fece letteralmente saltare in aria Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta in quel tragico 23 maggio 1992 fu effettivamente Giovanni Brusca? O meglio, specifichiamo, il “vero” telecomando che innescò quei 500 kg di tritolo che diedero origine alla tragica esplosione. Secondo: chi c’era dall’altra parte del cavalcavia, di fronte agli uomini di Cosa Nostra inchiodati dalle cicche di sigarette analizzate dall’FBI, che contribuirono a dare un marchio di fabbrica a quella cruenta strage? Da ultimo: è verosimile che in tutti questi anni Giovanni Brusca sia stato, dapprima inconsapevolmente, poi consapevolmente usato, al fine di avvalorare la tesi della matrice mafiosa della strage?

Se così fosse, allora si spiegherebbero molte cose, a cominciare dalle vere motivazioni che hanno fatto sì che il “boia di Capaci”, come oggi lo definisce la stampa, abbia potuto godere di una simile forma di tutela da parte di quello stesso Stato a cui un trentennio or sono i boss mafiosi (Brusca compreso) avevano ufficialmente dichiarato guerra.

Salvatore Di Bartolo, 7 giugno 2025

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