
Qui al bar non è una novità che i clienti esprimano la loro sfiducia nei confronti della magistratura. Tempi lunghi, sentenze discutibili e un metro di valutazione spesso ideologico. Come per il doppio standard tra lo spacciatore albanese beccato con 25 chili di droga ma messo ai domiciliari e il vecchietto di 94 anni, sbattuto in cella per bancarotta.
Ma quello dei giudici non è un problema solo italiano. A un signore, ad esempio, non è sfuggito che una toga americana ha disposto la liberazione, su simbolica cauzione di un dollaro, di Mahmoud Khalil, lo studente della Columbia University incarcerato per la sua partecipazione a manifestazioni filo palestinesi l’8 marzo scorso. La libertà d’espressione vale più di un caffè, certo. Evviva.
Ma non esiste libertà di mettere a ferro e fuoco le città, com’è successo in Francia dopo la finale di Champions: per i facinorosi, i magistrati hanno disposto pene per lo più simboliche, tanto da indignare persino il governo di Macron. Chissà cosa decideranno, Oltreoceano, i magistrati che dovranno giudicare i rivoltosi arrestati in California e in altri Stati. Paese che vai, giudice che trovi. Quasi sempre uguale a sé stesso.
Il Barista, 12 giugno 2025
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