
Qui al bar continuiamo a domandarci se serviva davvero la destra per censurare l’arte alla Biennale di Venezia. L’ultima novità è questa: il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, invoca le dimissioni della rappresentante del suo dicastero nel cda della Fondazione, rea di aver espresso parere favorevole al ritorno dei russi alla kermesse, senza nemmeno – come ha osato – consultarsi con il governo. E in Aula, l’onorevole Federico Mollicone, di Fratelli d’Italia, presidente della commissione Cultura, sostiene che alla fine il padiglione di Mosca non aprirà.
È una storia che ci ricorda un po’ la metamorfosi di Donald Trump: prima del ritorno alla Casa Bianca, giustamente, il movimento Maga contestava le boiate ideologiche degli atenei americani, il clima censorio, le gabbie politiche in cui si erano rinchiusi professori e studenti, prigionieri di un oscurantismo postmoderno in salsa woke. Era lo spirito della sfida di Charlie Kirk. Poi, una volta raggiunto il potere, Trump ha iniziato a minacciare le università stesse: o rinunciate al woke, o vi tolgo i soldi. Di fatto, un’imposizione di segno contrario, ma pur sempre un’imposizione.
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È vero che la destra incarnata da Fdi non è mai stata filorussa; la sua ostilità a Mosca, insomma, è coerente. Ma è vero anche che l’arte e la cultura non c’entrano niente con la guerra in atto. E che riaprire le porte alla Russia non significa giustificare Vladimir Putin. D’altronde, la Russia esponeva alla Biennale anche quando era Unione sovietica e di crimini simili a quelli perpetrati in Ucraina già ne commetteva parecchi. E allora, qui al bar ce lo chiediamo: ci voleva la destra, che prima puntava il dito contro le purghe culturali della sinistra, per censurare gli artisti? È forse questo il sintomo della malattia di chi va al governo? Liberali finché non si comanda, autoritari quando si conta qualcosa? In questo siamo veramente migliori della Russia che bacchettiamo?
Alessandro Rico, 13 marzo 2026
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