L’articolo di Steve Watson su Modernity.news, dal titolo “Is This Grotesque Censorship A Glimpse Into Our Own Future?”, è un pugno nello stomaco che usa il caso della Corea del Nord per lanciare un allarme incisivo sul futuro della libertà in Occidente. Basandosi su un rapporto della BBC, il pezzo descrive un’inquietante realtà scoperta attraverso smartphone nordcoreani contrabbandati dal regime. Questi dispositivi, vere spie digitali, sono progettati per monitorare ogni attività degli utenti: bloccano termini “proibiti”, registrano chiamate, tracciano posizioni e persino segnalano comportamenti sospetti alle autorità. Ad esempio, se tenti di digitare qualcosa che il regime non approva, il telefono ti censura all’istante, come un cane da guardia digitale. Watson non usa mezzi termini: definisce questo sistema “grottesco” e “orwelliano”, dipingendo un quadro in cui i cittadini sono prigionieri di una tecnologia che li sorveglia senza sosta.
L’autore passa quindi ad analizzare quanto accade in Occidente. Watson insinua che questo livello di controllo non sia poi così dissimile da quanto avviene nelle nostre società. Cita l’aumento della censura online, le piattaforme che silenziano voci dissidenti e i governi che, con il pretesto della “sicurezza”, giustificano una sorveglianza sempre più invasiva. L’articolo suggerisce che la Corea del Nord sia solo un caso estremo, un laboratorio di ciò che sta diventando una realtà anche da noi, ed esorta a vigilare. Watson accusa i media mainstream di ignorare il problema. La libertà di parola è sotto attacco, e se non ci si oppone ora, il futuro sarà uno scenario distopico tecnologico degno di Kim Jong-un.
Il desiderio di regolare le piattaforme digitali per affrontare disinformazione e instabilità sociale, attraverso il DSA e le proposte di Guterres, si scontra con il timore di una deriva censoriale. Il DSA e il “Codice di Condotta” di Guterres potrebbero avvicinarsi a forme di controllo invasive. Durante la pandemia di COVID-19 abbiamo avuto una prova di ciò che può causare l’imposizione “democratica” della verità stabilita dallo Stato. Un esempio significativo è la lettera al Comitato Giustizia della Camera USA del 27 agosto 2024, nella quale Mark Zuckerberg ha dichiarato che i funzionari della Casa Bianca (sotto Biden) hanno esercitato pressioni per mesi, mostrando frustrazione quando Meta non ha acconsentito a tutte le richieste. Ha aggiunto che Meta (Facebook e Instagram) ha rimosso oltre 20 milioni di post e aggiunto etichette di avvertimento su 190 milioni di post relativi al COVID-19. Ha anche menzionato la temporanea riduzione di visibilità di un articolo sul laptop di Hunter Biden, dopo un avvertimento dell’FBI su possibili campagne di disinformazione russa. Si considerino, inoltre, le micro e macro-censure che avvengono quotidianamente sui media: un caso recente è Marco Rizzo, sospeso da Facebook, o Tommaso Cerno, censurato dall’Unione Europea.
Ritengo che l’unico modo per combattere la disinformazione, senza ricorrere alla censura, sia insegnare alla gente a ragionare. Se si insegnasse più filosofia, intesa non come semplice insieme di conoscenze, ma come atteggiamento critico e riflessivo che aiuta a comprendere la realtà attraverso il ragionamento, la domanda e l’analisi, non ci sarebbe bisogno di regolamenti che, in ogni caso, comportano misure censorie quando le informazioni non sono allineate alla “verità” ufficiale.
Carlo MacKay, 4 giugno 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


