L'inattuale

Centaur, l’intelligenza artificiale sempre più umana

Un nuovo modello di IA con lo specifico intento di renderlo simile alla mente dell'uomo

Centaur IA Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Che sia davvero possibile creare una mente artificiale? Il cervello umano è replicabile attraverso la programmazione? E un cervello digitale può agire come la sua controparte di carne? Queste domande complesse e suggestive sono alla base dell’odierno dibattito che adorna l’intelligenza artificiale, ispirando anche un’affascinante studio pubblicato su Nature; alcuni ricercatori hanno creato un nuovo modello di IA chiamato Centaur con lo specifico intento di renderlo simile alla mente umana.

Allo stato attuale infatti l’intelligenza macchinica riesce a realizzare perfettamente svariati compiti, ma uno alla volta, mentre il cervello umano riesce a spaziare in una varietà di azioni contemporanee. I risultati sono stati strabilianti. A differenza del celebre ChatGpt, Centaur è stato addestrato non solo tramite strumenti testuali, ma anche con dei comportamenti umani reali riassunti in una serie di esperimenti psicologici, trascritti ed utilizzati per programmare questo nuovo modello.

La mente digitale riusciva a prevedere come una persona avrebbe reagito in una determinata situazione, mostrandosi estremamente simile alla mente umana nell’atto di compiere delle scelte. Il programma si mostrava addirittura esitante in certi ambiti di cui conosceva poco, esattamente come farebbe una persona. Ormai è solo questione di tempo; l’umanizzazione della macchina è cominciata. Presto il progresso dell’intelligenza artificiale sarà tale che arriveremo a chiederci che cosa in effetti distingua una mente digitale da una umana. Fino a confondere il concetto stesso di “essere vivente”. Benché vi siano innumerevoli elementi che caratterizzano una forma di vita come appunto “vivente”, possiamo restringere il campo alle caratteristiche dell’individualità umana: pensiero autonomo, accumulazione di memoria ed un certo grado di consapevolezza del proprio Sé.

La Ripartenza

Se l’uomo esiste come individuo parte di una specie lo deve principalmente alla memoria insita nei suoi geni, la stessa che oggi si presenta sotto forma di dati nei computer. Non memoria di sé stesso o delle proprie esperienze ma memoria delle informazioni essenziali per sopravvivere, esattamente come quelle che costituiscono il funzionamento di un sistema informatico. Molti degli elementi che contraddistinguono la mente degli esseri umani sono già stati replicati dalle macchine: la percezione, la capacità di ragionamento per deduzione, la previsione e perfino in certi casi una rudimentale simulazione di emozioni.

Se si escludono capacità di astrazione e consapevolezza del proprio essere, che cosa distingue la mente digitale da quella umana? Come distingueremo un’intelligenza artificiale quando essa sarà in grado di simulare emozioni perfettamente simili a quelle che proviamo noi? Probabilmente, il vero elemento distintivo sarà il linguaggio. L’essere umano considera suo simile un essere con cui riesce a comunicare, mentre non applica la stessa considerazione alle forme di vita incapaci di produrre linguaggi. Lo si vede nella diversa considerazione che si dà alle specie animali; ci si commuove per il guaito di un cane o per il miagolio di un gatto ma non per il boccheggiare di un pesce. Perché? La distinzione sta proprio nella capacità di avere un linguaggio proprio.

L’IA replica quello umano nella sua forma testuale, “spuntando” fuori delle parole che attraverso complessi calcoli statistici vengono considerate probabilmente attinenti alla domanda che viene posta perché è così che avviene la programmazione, ma senza che questo possa dirsi un vero linguaggio in quanto mancante di autonomia. Quando le macchine arriveranno a parlare e ad emettere dei suoni udibili, quando avranno una “voce” propria smetteremo di considerarle solo macchine. E allora l’umanizzazione sarà completa e le intelligenze non saranno più distinguibili.

Francesco Teodori, 9 luglio 2025

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