C’era una volta il matrimonio

Tra precarietà economica, paura del divorzio e disincanto religioso, il «sì» sull’altare è sempre più in bilico

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sposi chiesa

Nozze religiose a picco. Così da rilevamenti. Epperò, neanche quelle civili stanno tanto bene. Infatti, se mi guardo attorno, vedo che le convivenze aumentano. Già: a parità di precariato, perché buttare soldi? A colpi di modifiche al diritto di famiglia il matrimonio ormai non garantisce più la stabilità del “finché morte non ci separi”.

Anzi, una separazione in attesa di divorzio complica, giuridicamente parlando, talmente l’esistenza da essere vista come un incubo. Poiché non di rado l’amore si cambia in delusione e quindi in odio, sarebbe interessante andare a vedere quanti “femminicidi” hanno come causante un “patriarca” che, alla prospettiva di dover cedere la casa, di finire a dormire in macchina, di dover pure garantire il mantenimento a una che, magari, da dolce fidanzata che era si è trasformata in una megera vendicativa, di dover sopportare che i figlioletti siano allevati da uno sconosciuto e di poter vederli solo quando lo dice il tribunale.

In qualche modo resiste ancora (per poco) il nostro Meridione, dove il matrimonio in chiesa è ancora un onore. Ma lo è per tradizione, così come lo sfoggio di addobbi, arredi, abiti, musiche, balli, pranzi luculliani con centinaia di invitati, viaggi di nozze in mete esotiche. Appunto. Non tutti, però, possono permettersi un simile scialo e allora, facendo mostra di progressismo, vanno a convivere.

Tanto, se non hai una vera fede religiosa, è lo stesso. E coi soldi risparmiati arredano la casa, comprano l’auto, vanno per mete esotiche. Di recente ho assistito a un matrimonio religioso “smart”: i due nubendi hanno risparmiato su tutto, solo i parenti stretti, gli inviti scritti a mano (cosa possibile appunto perché pochi) e piegati ad arte in modo che ci fosse dentro una taschina col riso da lanciare, un modesto rinfresco al termine.

Infine, hanno chiesto e ottenuto dal parroco di poter celebrare le nozze durante la messa domenicale di mezzogiorno, così da sposarsi in una chiesa piena, magari per le foto. Morale: quando la religiosità è autentica, anche i soldi non sono un problema.

Nel paesino siciliano in cui sono nato, fino ai primi degli anni Sessanta era un matrimonio continuo. Già: un giovanotto, se fosse voluto giacere con una donna, non avrebbe avuto altra scelta che sposarla e indissolubilmente. E gli emigrati in Paesi più “emancipati” tornavano a convolare con una compaesana. Le “emancipate” estere erano spesso più belle e abbordabili, ma quei poveri ignoranti e illetterati (sennò non sarebbero emigrati) conoscevano l’antica saggezza del “mogli e buoi dei paesi tuoi”.

A quei tempi remoti (anche se stiamo parlando solo di cinquant’anni fa) la scelta della sposa e l’accettazione del pretendente non era solo romantica: si valutava anche la famiglia di cui facevano parte, perché anch’essa sarebbe entrata nella loro vita per sempre. Perciò, i consigli, le nomee, perfino il sensale cooperavano a un’unione felice. Ma era un mondo di comunità, non di individui, cioè di monadi in balia di sé stesse.

Certo, non era tutto idillio, la “fuitina” ci scappava, e anche il delitto d’onore. Ma era così raro, quest’ultimo, da finire in prima pagina per mesi.

Poi venne il Sessantotto, che aprì il vaso di Pandora. Il resto è cronaca, sempre più spesso nera. Da che mondo è mondo l’unione tra un uomo è una donna è stata considerata cosa sacra e, come tale, da sacralizzare. Fin da quando si è usciti dalle caverne.

Gesù Cristo ha voluto manifestarsi come Dio facendo il suo primo miracolo proprio durante un pranzo di nozze. Per questo, come è stato avvisato in diverse apparizioni mariane, le Porte dell’Inferno hanno preso di mira la famiglia, che era l’ultimo corpo intermedio rimasto, l’ultimo scudo dal Leviatano.

Rino Cammilleri, 4 novembre 2025

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