
Una coltre di putrida ipocrisia ha accompagnato Emilio Fede nel suo ultimo viaggio terreno. Dimenticando volutamente il loro passato e le loro storie personali, molti “professionisti dell’informazione” non hanno voluto perdere l’occasione per rinnovare tutta la loro ostile avversione verso l’ormai defunto ex direttore del TG4, abbandonandosi a commenti poco benevoli e parecchio di cattivo di gusto.
Gli smemorati in questione, maestri della parzialità e cultori della doppia morale, hanno voluto fino all’ultimo istante possibile sottolineare il fatto che Emilio Fede fosse entrato in Rai da raccomandato, e avesse poi proseguito la sua lunga carriera alla corte di Silvio Berlusconi, promuovendo un’informazione politicamente schierata e palesemente di parte. Tutto vero. Inutile farne mistero. Anche perché, fu lo stesso Emilio Fede ad ammettere pubblicamente e a più riprese le modalità del suo ingresso in Rai e la venerazione per Silvio Berlusconi.
Chi oggi si affanna a rimarcarlo, pertanto, non fa altro che prendere atto dell’evidenza e ripetere quello che l’ex direttore del Tg4 non volle mai nascondere. Peccato solo che la medesima cosa non possa dirsi per quei campioni di moralismo, me ne verrebbero in mente diversi, disseminati in Rai o alla corte di Urbano Cairo, raccomandati e partigiani tanto quanto Fede, talentuosi e onesti intellettualmente molto meno di Fede, che oggi si accodano ipocritamente al coro indignato, rievocando solo una piccola parte, quella che più gli comoda, della storia personale e professionale di Emilio Fede.
A costoro, moralizzatori di professione senza ritegno né memoria, bisognerebbe semplicemente rammentare il servilismo dell’origine e il partigianesimo del prosieguo delle loro folgoranti carriere. Quel che forse servirebbe a placare i loro animi inquieti, schiarire i loro ricordi confusi, e magari, volesse il cielo, metterli a tacere, almeno una volta, risparmiando loro una solenne figura di merda di fediana memoria.
Salvatore Di Bartolo, 4 settembre 2025
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