
Le attuali giravolte elettorali di Matteo Renzi non mi stupiscono affatto, visto che sin dagli albori della sua scoppiettante carriera di rottamatore egli si è troppo spesso caratterizzato nel dire tutto e il contrario di tutto. Un’arte quest’ultima piuttosto diffusa nel mondo magmatico della politica, ma che con il personaggio di Rignano sull’Arno ha toccato vertici di inarrivabile spregiudicatezza, il cui culmine fu probabilmente raggiunto con quel famoso “stai sereno” che ancora disturba i sonni di Enrico Letta.
In particolare, dopo aver criticato in tutti i modi possibili Pasquale Tridico, esponente di spicco del Movimento 5 Stelle e candidato del centrosinistra in Calabria, il suo partito ha deciso di appoggiarlo in modo incondizionato, tanto far dichiarare alla locale commissaria di Italia Viva, Filomena Greco, che “quella di Tridico è una figura indiscutibile e super partes.” Eppure, nel recente passato Renzi e Italia Viva sono stati tra i più feroci a contestare il reddito di cittadinanza, una misura fortemente sostenuta da Tridico durante il suo mandato di presidente dell’INPS, tra il 2019 e il 2023. In quel periodo il leader di Italia Viva ne ha più volte chiesto le dimissioni, definendolo “incapace” e “inadeguato” ad un ruolo così rilevante, giudicando il suo lavoro un vero e proprio “disastro”.
Ancora nel 2024, Renzi criticò duramente la scelta del M5s di candidare alla europee Tridico, che venne poi eletto. Significativa in tal senso una sua dichiarazione dell’epoca, la quale denotava un profonda divergenza di programmi e di valori: “Loro scommettono ancora sul reddito (di cittadinanza, ndr), candidando Tridico. Noi coi nostri candidati scommettiamo invece sul lavoro”. Evidentemente, a circa un anno di distanza da quella netta presa di posizione, il buon Matteo, pur di restare disperatamente a galla col suo partitino residuale, ha seguito una celebre strofa di una canzone partenopea: “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato Scurdàmmoce ‘o ppassato Simmo ‘e Napule paisà”.
Idem con patate per quanto riguarda l’altro pezzo da novanta dei pentastellati in corsa per la Campania; quel Roberto Fico, ex presidente della Camera, che si fa ricordare per la straordinaria performance di recarsi i primo giorno in Parlamento con i mezzi pubblici, per poi rapidamente ripiegare sulle ben più agevoli auto di servizio. Anche in questo caso, prima ancora che ne venisse ufficializzata la candidatura, Renzi, intervenendo su La7, disse che avrebbe rispettato l’accordo di coalizione appoggiando Fico. Ma nel corso dello stesso intervento, egli tenne a precisare la distanza siderale che esiste sul piano dirimente della giustizia tra lui e il partito di Giuseppe Conte, sostenendo senza mezzi termini che per lui, contrariamente al giustizialismo del M5s, nessun politico si dovrebbe dimettere fino a sentenza passata in giudicato, mentre i suoi alleati-serpenti diretti dall’avvocato del popolo spesso e volentieri chiedono la testa di qualcuno solo per un avviso di garanzia.
Infine, pure in Toscana, i renziano si trovano in alleanza col M5s nel sostenere la riconferma di Eugenio Giani alla presidenza della giunta regionale. In definitiva, l’ondivago leader di Italia Viva, almeno nelle prossime elezioni regionali, ha deciso di andarsi ad intruppare in quel cosiddetto campo largo, sempre più a trazione pentastellata, per evidenti ragioni di sopravvivenza, soprattutto dopo aver sperimentato una certa incompatibilità anche personale con Carlo Calenda, altro piccolo pilastro del quasi defunto terzo polo. Francamente, al di là del suo legittimo tentativo di non affogare politicamente del tutto, acchiappando qualche poltroncina locale, questa ennesima operazione gattopardesca di assai piccolo cabotaggio non potrà certamente servire a rilanciare l’immagine di uno dei più camaleontici leader politici del momento.
Claudio Romiti, 27 agosto 2025
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