
Qui al bar, fra 4 amici discutiamo dell’irenismo di Beppe Salah che a proposito del gay Pride ambrosiano dice noi siamo, noi esistiamo, noi difendiamo i diritti. Di più e di meglio da una Lella, da uno Zan. Vedi un po’, uno crede di averle capite tutte e invece si ricrede ancora. Ma a dire la verità i segnali c’erano: quei calzettini arcobà, quei pedalini antifà non potevano essere solo opportunismo elettorale. Salah è irenico, sfoggia mezze calzette col Che Guevara che per hobby aveva trucidare quelli dei gay Pride, frequenta, da protagonista, i gay Pride, sostiene gli islam in città; poi però dice, eh, stiamo attenti, l’antisemitismo non va bene.
Marachello marachello!, come direbbe Nino Frassica, ma scusasse: i pro-Pal, che sono Hamas, che altro hanno nel loro programma se non la estinzione definitiva di Israele “fino all’ultimo ebreo”? Potenza dell’irenismo! In effetti, genderpride e Hamas e suoi derivati stanno bene insieme, come la signorina marijuana di Neffa: li unisce l’odio verso l’Occidente e la tensione ideale per la violenza e la falce (e martello): questi pride vengono spacciati per il trionfo dell’amore e della pace, dell’allegria, ma è un amore di morte, l’iconografia è invariabilmente trucida: catene, fruste, sangue, torture, vi si evoca, in modo blasfemo, il martirio di Cristo, si scomoda la Madonna, offesa da pratiche grandguignolesche, la liturgia è cruenta e, quel che è peggio, punta a tirar dentro gl’infanti. Poi alla resa dei conti saranno i festaioli a soccombere, l’Islam non fa prigionieri e non ammette deroghe, questi vanno sterminati tanto quanto gli ebrei.
Ma un sindaco in carriera coi calzini di Guevara può perdersi in simili considerazioni? No, lui è proiettato al qui ed ora della propaganda immediata, chi sopravviverà vivrà. Ma a sopravvivere sarà una città ridotta come Londra, dove già il sindaco islam ha proibito i cartelloni pubblicitari con le femmine testimonial, come New York dove un estremista isla-comunista va dicendo New York è nostra, fatevene una ragione, e intorno una coreografia di imam applaude con le barbe frementi (che brutta fine, la Metropolis per eccellenza). Insomma l’occupazione di Milano è già a buon punto.
A proposito: qui al bar restiamo sempre affatati dalla intrigante Ilaler Salish, propallista che dà buca al festival buco, il pride ungherese, non giudicando sicura la sua partecipazione straordinaria: “in sostituzione”, come diceva il professor Ricciardelli di fantozziana memoria, è andata proprio a Milano, alla festa dell’Unità, per promozionare il suo libretto vanitoso insieme a Daria Bignardi. Festa dell’Unità, per dire la sinistra piddina garantista a senso inverso. “È sempre bello incontrarci, vi aspetto!” flauta Ilaler in modalità influencer. Probabilmente si riferisce ai giudici della Cassazione fautori del lodo Salis: i clandestini hanno diritto ad occupare le case degli indigeni se no ci restano male, quanto ai legittimi proprietari italiani che gli serva di lezione, così la smettono di votare come votano. Qui al bar abbiamo atteso invano una flautata presa di posizione dal Colle, sapete, quella pietosa baggianata che chiamano moral suasion. Non è arrivata. E io continuo a fare i caffè!
Il Barista, 1° luglio 2025
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