Francesco Guccini si è spento a Pàvana… Non erano trascorse poche ore che già fervevano le esequie di parte: ciascuno a reclamare la propria porzione di salma. Chi archivia il Maestrone come il cantore che avrebbe votato l’intera opera al politico e al sociale coltiva una memoria clamorosamente selettiva, e cancella con un tratto di penna sessant’anni di canzoniere.
Il canzoniere che smentisce
La fonte è ineccepibile: “Tutto Guccini” di Federico Pistone (giornalista del Corriere della Sera), ricognizione brano per brano su 161 canzoni distribuite in 17 album e nelle registrazioni dal vivo. Da quella lettura del canzoniere emerge un dato dirimente: le composizioni a connotazione politico-sociale arrivano a malapena al 15%. Eppure pare che sia quel 15% a determinare la popolarità e il seguito di uno dei più amati cantautori di sempre. Ma non è così.
La massa predominante della produzione Gucciniana si dirama in filoni tra loro lontanissimi:
– Nostalgia, memoria, autobiografia: 25%
– Esistenziale, letteraria, i “ritratti”: 25%
– Romantica e del disamore: 20%
– Comica, religiosa, satirica: 15%
Almeno cinque sorgenti per un solo autore. Amare pezzi come “Incontro”, “Odysseus” o “L’ultima volta” non implica alcuna adesione a ciò che “La locomotiva” proclamava. È precisamente questo scarto a rendere l’opera universale.
Il caso Ranucci
La riprova, icastica, è arrivata a poche ore dal decesso. Sigfrido Ranucci affida a Facebook cinque righe: la prima seppellisce Guccini, le altre quattro seppelliscono il pudore. Il “poeta” diventa in un lampo “cantore della società civile e dei diritti dell’uomo”, etichetta che ne amputa mezzo secolo di canzoniere per consegnarne il simulacro a una precisa parte. Poi la virata, prevedibile: “il mostruoso che stiamo vivendo”, “noi a Report continueremo a batterci”, e infine l’affondo che denuda l’operazione: “Vi andrebbe di contribuire… insieme a noi?”.
Il compianto dura una proposizione, il resto è proselitismo o peggio… Spot sul cadavere ancora caldo. È l’abduzione senza premesse: dalla morte di un artista si inferisce l’arruolamento del lettore. È l’annessione postuma di chi non può più smentire, e proprio per questo proterva.
Guccini è di tutti
Ridurlo a bandiera è operazione velleitaria, perché la bandiera serve a chi la sventola, non a chi vi è avvolto. Scambiare l’affetto trasversale di milioni per un mandato di parte significa rimpicciolire il Maestrone alla propria (minuscola) statura. Lo annota, senza sospetto di parzialità, perfino la scheda del suo canzoniere: Guccini non ha “mai cavalcato comode ideologie”, ed è per questo “amato e riverito più o meno da tutti, senza confini sociali, politici e anagrafici”.
“Incontro”, “Odysseus”, “L’ultima volta” non si votano, si ascoltano. Chi tenta di trascinarlo nel proprio agone ottiene un solo risultato: tromboneggiare speculando sopra un lascito che appartiene a chiunque. Guccini è di tutti. E di tutti resta.
Giulio Galetti, 8 agosto 2026
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