
Volano gli stracci per il Roma Pride: la comunità LGBTQIA+ si divide, tanto che si terranno due manifestazioni separate. La goccia che ha fatto traboccare il vaso? Starbucks come main sponsor. Gli ultimi pride hanno riunito sotto un unico vessillo comunità LGBT, femministe radicali, ProPal e molti altri attivisti. Sicuramente l’unione fa la forza, ma l’eterogeneità della composizione sopra menzionata rendeva fisiologico che si arrivasse prima o poi ad un punto di riflessione o, peggio, di rottura.
E se con le femministe radicali la resa dei conti si è sostanziata con la polemica delle atlete trans che concorrevano negli sport femminili ed erano addirittura in odor di olimpiadi (nonostante avessero una prestanza fisica diversa, essendo nati uomini), con i ProPal la tenzone non si era mai intensificata. Certamente alcuni slogan come “queers for Palestine” (che è un po’ come dire “chickens for Kfc”, visto il triste trattamento riservato agli omosessuali nei paesi islamici) lasciavano intuire una serie di controsensi logici difficili da ignorare.
Ed oggi pare che la convivenza pacifica fra i due gruppi sia giunta, quantomeno istituzionalmente, al capolinea. Galeotta fu Starbucks, azienda che quest’anno sarà main sponsor del Roma Pride e che risulta invisa ad una parte della comunità poiché accusata di finanziare Israele.
Così, da qualche giorno, il Pride ufficiale è accusato di collaborazionismo, sionismo, capitalismo, pinkwashing, greenwashing, rainbowwashing (e chi più ne ha più ne metta) da influencer e paladini vari. Nasce così un “contro corteo”, il PRIOT. Anticapitalista, antisionista, antiTERF e parrebbe, a giudicare dalle motivazioni dei membri fondatori, anche antidiritti.
Che sia l’occasione per la frangia del “vecchio” pride di tornare a parlare di veri diritti e di lasciar perdere la geopolitica, le bandiere e la difesa di ecosistemi ove i diritti non sono mai esistiti? Chissà.
Alessandro Bonelli, 13 giugno 2025
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