Cronaca

Chi è populista? Un sondaggio fa impallidire Schlein&co: perché votano “no”

Il referendum come vendetta politica contro Meloni. Colpa degli intellò e dei loro allarmi catastrofici sulla riforma della giustizia

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Da alcuni recenti sondaggi emerge un quadro assai singolare sul referendum confermativo per la riforma della giustizia: la maggioranza (circa il 75%) di chi intende votare “sì” lo fa dopo aver esaminato il merito della proposta: separazione delle carriere tra pm e giudici, riforma del CSM con estrazione a sorte per i togati, istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Questi elettori vedono nella riforma un passo verso una magistratura più equilibrata, indipendente e meno esposta a correnti politicizzate. Al contrario invece, la parte più consistente di chi si schiera per il “no” sembra composta da persone motivate principalmente dall’avversione verso il governo Meloni, trasformando perciò il dibattito costituzionale in una boutade politica.

Questo ribaltamento è assai significativo: confondere una manovra tecnica con un attacco politico e trarre in inganno gli elettori agitando lo spauracchio della minaccia democratica rientra chiaramente in una mossa di populismo. E dunque proprio il populismo, per lungo tempo secondo i progressisti appannaggio della destra, ha migrato definitivamente a sinistra dove intellettuali, star dello spettacolo e persino scienziati si fingono custodi della democrazia, lanciando allarmi catastrofici privi di fondamento per terrorizzare gli italiani nel tentativo di far votare loro “no”.

Basta ascoltare le dichiarazioni di certi volti noti per avvalorare questa tesi. Prendiamo Massimo Cacciari, filosofo di spicco, che in un’intervista ha definito la riforma un “grave pericolo per la democrazia”, sostenendo che minerebbe l’equilibrio dei poteri e favorirebbe un controllo esecutivo sulla giustizia. Ma è davvero così? La separazione delle carriere è un’idea circolata da decenni, persino proposta in passato dallo stesso PD. Oggi, solo perché avanzata da Meloni, diventa un “attentato alla Costituzione”?

Questa ipocrisia diventa evidente nelle parole dell’Anpi, che ha lanciato un appello con artisti e intellettuali per il “no”, accusando la riforma di colpire la divisione dei poteri e la lotta ai politici corrotti. Come se separare pm e giudici favorisse la corruzione, anziché rafforzare l’imparzialità. Per non parlare dell’Associazione Nazionale Magistrati. Ha più volte tacciato il governo di essere contrario alla democrazia e alla Costituzione, trasformando così il referendum in una crociata anti-Meloni. Certo, ascoltare l’associazione dei Magistrati per un referendum che mira a ridurre il loro monopolio sarebbe come affidare la stalla ai lupi, eppure tanti pendono dalle loro labbra. Chissà perché…

Ma il fenomeno si estende anche al mondo dello spettacolo, dove celebrità prestano il volto a slogan da strapazzo. Toni Servillo, attore premio Oscar, ha definito la riforma “inutile e pericolosa”, unendosi ai contrari senza approfondire il merito, quasi fosse un copione contro il potere cattivo. Giovanni Storti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo ha paragonato il sorteggio del Csm a un’estrazione a sorte degli attori per un film, in un video ironico che ridicolizza la misura come “casuale e irresponsabile”. Anche Alessandro Gassmann e Edoardo Bennato sono stati reclutati per il Comitato del No. Persino scienziati come Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica, si prestano al gioco: “Voi vorreste che i premi Nobel fossero scelti estraendoli a sorte tra tutti gli scienziati? Io no”, equiparando il sorteggio anti correnti a un’assurdità, ignorando che serve proprio a prevenire favoritismi.

Queste affermazioni non sono analisi ragionate, ma slogan populisti che evocano fantasmi autoritari per mascherare l’incapacità di confrontarsi sul merito. La sinistra, un tempo paladina del riformismo, ora si rifugia in un catastrofismo sterile, gridando al “pericolo per la democrazia” ogni volta che non governa, arruolando vip e Nobel per amplificare l’eco. Ma il vero affronto alla Costituzione è ridurre un referendum a vendetta politica. In questo scenario, il populismo non è più esclusiva della destra: è diventato il rifugio di una opposizione in crisi di idee, pronta a sacrificare il dibattito democratico sull’altare dell’anti-melonismo. Dopotutto, per chiudere il cerchio, basta ricordare le parole di Dario Franceschini dette qualche giorno fa: “Se Meloni vince il referendum non li fermiamo più”. E allora è chiaro: per la sinistra anche la verità e la correttezza possono essere accantonate pur di sbarcare il lunario elettorale.

Alessandro Bonelli, 25 febbraio 2026

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