Chi sbaglia paga, ma il 90% degli agenti assolti dopo processi-calvario

Il caso di Rogoredo è gravissimo e va accertato fino in fondo. Ma i numeri parlano chiaro

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La vicenda di Rogoredo è peggio di un fatto di cronaca: è un simbolo di confusione culturale prima ancora che giudiziaria. Perché qui non siamo davanti a un “fuoco amico” o a un conflitto con uno spacciatore che impugna un’arma vera. Qui un agente della Polizia di Stato, Carmelo Cinturrino, è accusato di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, un 28enne nel boschetto di Rogoredo, periferia sud-est di Milano. La magistratura ha disposto il fermo di Cinturrino, con motivazioni che parlano di rischio di fuga e inquinamento delle prove — sono stati iscritti nel registro degli indagati anche altri quattro colleghi per ipotesi di favoreggiamento e omissione di soccorso.

Il quadro, per usare un eufemismo, è di una gravità inaudita, e il primo a dirlo è stato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni: se le accuse trovassero conferma, sarebbe un fatto “gravissimo”. La legge vale per tutti. Ma proprio perché siamo in un quadro giudiziario così delicato, proprio perché qui si parla di omicidio volontario contestato a un agente di polizia, allora è utile ricordare cosa accade davvero quando un poliziotto, in situazioni molto spesso borderline, usa l’arma o agisce sotto stress, e finisce sotto inchiesta.

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Perché ci sono anche, e ve ne sono molti, casi in cui la magistratura apre un fascicolo perché così vuole la legge, ma poi l’impianto accusatorio si sfalda di fronte a fatti concreti, testimonianze, perizie tecniche. Penso subito a Luca Pedemonte, l’agente di Genova che nel 2018 intervenne durante un trattamento sanitario obbligatorio. Sei colpi di pistola furono esplosi in un appartamento dove un collega era stato ferito con un coltello. Pedemonte fu rinviato a giudizio per eccesso colposo di legittima difesa, processato, assolto in primo grado, accolto in appello e infine, nel 2025, la Corte di Cassazione ha sancito definitivamente che il fatto non costituisce reato: la sua era stata una legittima difesa del collega.

Oppure i cinque carabinieri del Radiomobile di Salerno, processati per lesioni aggravate dopo un intervento durante il periodo più duro della pandemia. Sei anni di giudizio e alla fine anche lì la sentenza è arrivata: assoluzione con formula piena perché l’uso della forza rientrava nelle regole. E non dimentichiamo il poliziotto della Polfer che nei mesi scorsi è stato assolto in relazione alla morte di Moussa Diarra. Anche quella vicenda aveva fatto scalpore: indagine, processo, titoli allarmati. Poi, alla fine, la richiesta di archiviazione. Per Luciano Masini, comandante della stazione di Villa Verucchio che una sera di Capodanno sparò al 23enne egiziano Muhammad Abdallah Hamid Sitta, ci vollero quasi 12 mesi per arrivare all’archiviazione nonostante la presenza di un video inequivocabile.

Questi non sono casi isolati. Secondo un rapporto del sindacato di polizia Sap, riportato dal Giornale, ogni anno sono circa 60 gli agenti che finiscono sotto indagine nell’ambito di operazioni di servizio, controllo del territorio o contrasto alla criminalità organizzata — per reati come falso ideologico, eccesso colposo di legittima difesa, lesioni o, in passato, abuso d’ufficio (reato che il governo ha cancellato quest’estate). E sapete quanti di questi vengono poi assolti? Circa il 90%. Praticamente la totalità. Quasi sempre perché si dimostra che la loro azione rientrava nelle regole, nelle cause di giustificazione previste dal codice penale.

Intanto però quell’agente sta sotto inchiesta per mesi, anni: procedure interne che bloccano la carriera, trasferimenti “precauzionali”, assegnazioni ad altri incarichi con adeguamenti di stipendio al ribasso, sospensioni. Senza considerare il peso psicologico, le spese legali. Perché l’anticipo che viene riconosciuto per le spese processuali è minimo. Copre poco più di un caffè per ogni udienza. Se il poliziotto viene poi assolto deve restituire l’anticipo? Certo. E alla fine, conti alla mano, resta con un buco di spesa legale che non è solo economico: è un danno morale, un peso sulla reputazione, uno sfregio sul curriculum.

Bisogna dirlo con chiarezza e lo ripetiamo: la legge vale per tutti. Se un agente sbaglia, se un magistrato dimostra che c’è un omicidio volontario come contestato nel caso di Rogoredo, quell’agente deve risponderne in pieno. Non c’è nessuno che dice il contrario. Ma da qui a trasformare un episodio, sia pure gravissimo sulla carta delle accuse, in un pretesto per infangare la divisa, ce ne corre. Perché non è vero che se uno sbaglia allora cade il principio. Il principio è che la responsabilità è personale. Non è collettiva. Non si può fare di un fatto — ancora da accertare — il paradigma di un intero corpo dello Stato.

Chi indossa quella divisa lo fa per garantire l’ordine pubblico. Si prende sputi, insulti, botte, bombe carta e, sì, deve stare attento anche alle maglie della giustizia. Ma non possiamo chiedere giustizia in nome di una narrazione che piega i fatti all’ideologia. Se sbaglia, l’agente paga. Ma se non sbaglia, non si può infangare il principio. Perché è dal rispetto di quel principio che dipende tutto: dalla sicurezza delle nostre strade alla fiducia nella legge, fino alla credibilità dello Stato. E se quello cade, non cade solo un poliziotto: cade un pezzo di Stato stesso.

Franco Lodige, 24 febbraio 2026

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