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Ci mancava il Pride climatico

Oggi è l'Earth Overshoot Day, il momento di autoumiliazione green collettiva dell'Occidente

overshoot day 2025 Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Anche quest’anno, l’Earth Overshoot Day è arrivato. E ancora una volta, ancora prima. Nel 2025 cade il 24 luglio: da oggi, secondo i calcoli del Global Footprint Network, l’umanità vive “a debito” ecologico, avendo consumato più risorse di quante la Terra riesca a rigenerarne in un anno. La ricorrenza è diventata ormai uno dei momenti più tafazzisti dell’anno, celebrato con campane a morto da Ong, scuole, media e ambientalisti.

Infatti, più che un’allerta costruttiva, l’Overshoot Day si è trasformato in un esercizio occidentale di autoumiliazione collettiva. Una penitenza ideologica. Una paradossale litania di redenzione climatica in cui chi ha già ridotto consumi, emissioni e crescita, a differenza di altre parti del mondo, si autoflagella pubblicamente mentre chi non conosce neanche il significato della parola “green” continua a inquinare, crescere e costruire senza nemmeno far finta di preoccuparsi.

La narrativa ufficiale è che servirebbero 1,7 pianeti per sostenere i consumi attuali. Un dato efficace, mediaticamente virale, ma di una vaghezza evidente. Da cosa deriva questa cifra? Da una mera equazione tra l’overshoot day e l’anno solare? Una media statistica schiacciata sulla linea della sostenibilità perfetta. Una forma di colpa sociale a prova di algebra, modellata a misura di coscienza occidentale. E quello del l’overshoot è soprattutto un dato globalizzato, ma che ricade anche su chi già da decenni ha ridotto la sua fame di risorse.

Prendiamo l’Europa: dal 1990 al 2022, le sue emissioni di CO₂ sono diminuite del 30%. L’Italia ha tagliato il suo consumo di energia primaria di oltre il 20% rispetto al picco del 2005. La natalità è crollata. L’industria pesante è in netto calo. Siamo letteralmente un continente in dismissione. Ma ci viene ancora detto che viviamo al di sopra dei nostri mezzi.

Intanto, la Cina è responsabile del 31% delle emissioni globali. L’India del 7.3%, ma con un trend di crescita che potrebbe condurre la nazione asiatica al raddoppio entro il 2040. Nessuno dei due colossi ha intenzione di rallentare. Nel 2024, Pechino ha autorizzato la costruzione di più centrali a carbone di tutto il resto del mondo messo insieme. Nessuna protesta globale. Nessun “China Overshoot Day” nei loro media mainstream.

Mentre l’Occidente si flagella per il clima e si dimena in discussioni sul blocco del motore endotermico, sulla dieta a base di insetti, sulle limitazioni dei voli commerciali e sull’abolizione della plastica, il resto del mondo, dall’Africa all’estremo oriente è in piena spregiudicata accelerazione industriale. E spesso lo fa con il sostegno economico occidentale stesso: delocalizzazione, transizione green costruita in Asia, batterie “ecologiche” e estrazione di metalli.

Il risultato è uno solo: mentre ci raccontiamo che dobbiamo vivere entro i limiti imposti dall’ambiente, stiamo proseguendo nella scelta dell’irrilevanza economica mentre gli altri si sporcano le mani. Così il sogno europeo è diventato un sogno decrescente e produciamo sempre meno, consumiamo sempre meno, ci riproduciamo sempre meno.
Crescono solo i sensi di colpa.

Il paradosso finale è che l’Overshoot Day, nella sua struttura, rafforza proprio quel tipo di pensiero che ci sta conducendo all’insignificanza. È diventato un termometro della vergogna, non uno strumento d’azione. Ogni anno ci dice che siamo tutti colpevoli, ma non distingue tra chi fa e chi distrugge. Perché il mondo non si salva con i sensi di colpa: si salva con il potere. E oggi, chi vuole davvero avere potere e benessere non sta celebrando l’Overshoot Day. Sta trivellando, sta costruendo. Pertanto, l’Occidente abbia quantomeno lo slancio di orgoglio (o la decenza) di non farsi crocifiggere sull’altare del sacrificio green.

Alessandro Bonelli, 25 luglio 2025

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