“Ci penalizzate”, “Frasi infondate”: è scontro totale Italia-Francia

Alle gravissime accuse del primo ministro francese arriva la risposta della premier Meloni che rimanda al mittente

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meloni bayrou

La Francia è un animale ferito che si dibatte e cerca di mordere ma la sua crisi è spaventosa e dischiude prospettive allarmanti che oscillano dall’involuzione autoritaria alla guerra civile: i 44 miliardi da trovare adesso, subito, per scongiurare il default, in attesa di reperirne altri 150 almeno, sono una voragine che risucchia un Paese destabilizzato, senza più tenuta sociale, furibondo, umiliato da una immigrazione balorda che tutto fa tranne integrarsi ma succhia risorse, le nega agli indigeni cui restituisce crimini, violenze, pesi morti.

Come ovunque, solo che in Francia tutti i nodi vengono al pettine nello stesso momento e rischiano di trascinare nel baratro altri Stati europei. Il Regno Unito e la stessa Germania annaspano nei buchi di bilancio, la Spagna non vive i suoi giorni migliori, mentre si è appena saputo di indicatori più incoraggianti per l’Italia, pur tenuto conto dei molti, atavici fattori di debolezza: nessuno stupore, quindi, che da parte transalpina si cerchi di fare quello che si è sempre fatto in condizioni critiche, provocare i vicini nei modi tronfi, sbracati tipici della grandeur decaduta, della presunzione infantiloide propria del potere galletto: ecco il premier rosso, bianco e blu, che si appresta a scontare il suo 8 settembre, uscirsene con l’accusa cervellotica, l’Italia dei magliari cresce coi maghecci finanziari, la politica predatoria del sottocosto fiscale per fottere loro, i francesi che s’incazzano, come nella canzone di Paolo Conte.

You can’t be serious, premier: ma nell’epoca delle balle cosmiche, delle narrazioni senza fondamento, che si impongono con la forza della bugia, le campane di Francois Bayrou battono come per una manovra diversiva, per trovare un capro espiatorio; così che ha il suo daffare Palazzo Chigi nel confutare l’aria che cammina con la seguente nota: “Stupiscono le affermazioni, totalmente infondate, del primo ministro francese Francois Bayrou, secondo le quali l’Italia starebbe facendo ‘dumping fiscale‘, penalizzando la Francia. L’economia italiana è attrattiva e va meglio di altre grazie alla stabilità e credibilità della nostra Nazione. L’Italia non applica politiche di immotivato favore fiscale per attrarre aziende europee e, con questo governo, ha addirittura raddoppiato l’onere fiscale forfettario in vigore dal 2016 a carico delle persone fisiche che trasferiscono la residenza in Italia. L’Italia è piuttosto, da molti anni, penalizzata dai cosiddetti ‘paradisi fiscali europei’, che sottraggono alle nostre casse pubbliche ingenti risorse. Confidiamo che, dopo queste affermazioni del suo primo ministro, la Francia voglia finalmente unirsi all’Italia per intervenire in sede di Unione Europea contro quegli Stati membri che applicano da sempre un sistematico dumping fiscale, con la compiacenza di alcuni Stati europei”.

Siamo alle vaghe stelle dell’orsa, al dover rispondere ai matti o ai cialtroni. Ma qualcosa di sintomatico c’è, al netto della propaganda che ogni governo non perde occasione di concedersi. Sorvolando su quel rivendicare il raddoppio degli oneri fiscali (per chi si trasferisce armi e bagagli in Italia) come fosse di per sé cosa buona e giusta, a stridere è l’ammissione che, se mai, il nostro Paese è il vero paria nell’inerzia dell’Unione che Meloni vorrebbe, forse grottescamente, correggere invocando la collaborazione di chi ci attacca. In verità, in verità vi dico che questa Unione è la fonte inesauribile di trent’anni di mascalzonate sull’Italia, orchestrate precisamente da francesi e tedeschi, con la criminale compiacenza di troppi Proditori, di Draghi in assenza di un San Giorgio, di mari e soprattutto Monti. Nella risposta del governo c’è la presa d’atto di un disastro radicato, di una rappresaglia infinita, come a dire: siamo ostaggi, siamo sempre stati il parente povero, quello da maltrattare, all’occorrenza brutalizzare. E in trenta anni nessuno ha mai saputo o voluto fare una piega.

Qui si potrebbero sollevare obiezioni su certi trasformismi ereditari, su quella tara nazionale di voler andare d’accordo con tutti, ma la faremmo troppo lunga: Meloni è andata al meeting dove, racconta Luigi Bisignani, “tutti applaudono senza sapere bene cosa” e ha ricevuto una standing ovation che l’ha commossa avendo detto il minimo sindacale e cioè che così com’è l’Europa non va. Non va? Piuttosto pare sfaldarsi: nella ventilata fuga della Baronessa sta il senso di una astrazione burocratica fondata sull’insipienza, travolta dalla valanga di nodi al pettine della realtà. E della Storia: dalla Parigi agonizzante può partire la valanga che la seppellirà, è da vedere a quale prezzo.

Ma dire di una Europa condannata all’irrilevanza se non si vota al pragmatismo, a prescindere da chi l’ha detto (e l’ha detto una che appena ieri voleva “uscire dall’euro, dalla Ue, dall’austerità), è qualcosa che non può non chiedere vendetta a Dio dopo più di 30 anni di vaghezza cannibale, di accanimento terapeutico, di metastasi burocratica, di immigrazione demenziale (puntata tutta contro l’Italia), di woke d’importazione, di politiche energetiche – bancarie – industriali – farabuttesche con cui si è suicidata la Germania partendo dall’automotive. Oggi, nell’impossibilità di manovrare monete nazionali morte e sepolte, tutti per uscirne trovano la solita vecchia soluzione: i cannoni, se preferite i droni, comunque il riarmo. Ma per uscirne bisogna se mai uscire dalla Ue, bisogna radere al suolo questo Castello degli Orrori e delle Streghe.

Quanto a dire prendere atto di una situazione troppo oltre l’irrilevanza. Se no continueranno certe polemiche sciocche e deliziosamente canagliesche, di una stronzaggine quasi rètro come questa francese sul presunto dumping italiano. Meno male che stare tutti insieme compatibilmente in Europa voleva dire votarsi alla concordia, all’armonia dei popoli e dei governi. Dicono, ripetono che dall’Europa non si esce se non in una bara, manco fosse la setta protomafiosa dei Beati Paoli. Ma finché ci si resta, altro che irrilevanza. E non serviva uno dei maggiori responsabili, Mario Draghi, a spiegarcelo con la sua autocritica di stampo unionista ma sovietico: dove avete sbagliato, compagni?

Max Del Papa, 31 agosto 2025

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