
C’è un dato che Hollywood continua a fingere di non vedere, ma che ogni tanto riemerge con la brutalità dei numeri: quando Disney smette di fare l’educatrice sociale e torna a fare intrattenimento, i soldi arrivano. Tanti. E quando invece si convince di dover rieducare il pubblico, il pubblico semplicemente se ne va.
Variety celebra il traguardo dei sei miliardi di dollari incassati nel mondo nel 2025 come se fosse il frutto di una strategia illuminata, di una creatività finalmente ritrovata, di una magia che non si era mai spenta. Ma la verità è più semplice, e forse per questo più scomoda: Disney ha incassato perché, almeno in parte, ha smesso di ossessionarsi con l’ideologia e ha ricominciato a raccontare storie.
Il botteghino, si sa, è una brutta bestia per chi ama le narrazioni consolatorie. Non applaude per convinzione morale, non premia l’impegno civile, non fa sconti per le buone intenzioni. Il botteghino vota. E vota con il portafoglio. Se una storia funziona, la gente entra in sala. Se sente odore di predica, resta a casa.
I film che hanno trainato l’annata Disney sono quelli più prevedibili, più “classici”, più rassicuranti. Marchi forti, personaggi amati, avventure costruite per piacere a famiglie e bambini, non per finire nei panel universitari o nei convegni sulla rappresentazione. Nessuna crociata culturale, nessuna ansia da inclusività esibita, nessuna lezione morale infilata a forza nella sceneggiatura. Intrattenimento, punto.
Ed è qui che cade il grande equivoco progressista di Hollywood: l’idea che il pubblico sia un materiale da plasmare, un soggetto da educare, una massa da guidare verso il “giusto” pensiero. Disney ci ha provato a lungo, trasformando film e serie in piccoli manifesti ideologici, convinta che bastasse appiccicare un messaggio “corretto” per ottenere anche il consenso commerciale. È andata esattamente al contrario.
Perché il pubblico non scappa dalla diversità, come raccontano certi titoli pigri. Scappa dall’artificialità, dalla sensazione di essere preso per stupido, dall’impressione che la storia non serva a emozionare ma a dimostrare qualcosa. E quando questo accade, non servono editoriali indignati o accuse di arretratezza culturale: bastano le sale vuote.
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Il successo del 2025, letto senza paraocchi ideologici, è una lezione chiarissima. Non dice che Disney “ha vinto perché è progressista”. Dice che ha vinto quando ha smesso di mettere il progressismo al centro e ha rimesso al centro il pubblico. Una differenza enorme, che a Hollywood fingono di non cogliere per non dover ammettere l’errore.
Alla fine, la morale è fin troppo banale. Disney è una macchina industriale, non un laboratorio di ingegneria sociale. Quando fa la macchina industriale, macina miliardi. Quando prova a fare l’educatrice morale globale, inciampa. E non c’è comunicato stampa che tenga: i biglietti venduti sono l’unico sondaggio che conta davvero. Il woke può anche riempire le redazioni e i festival, ma non riempie le sale. E ogni tanto, persino a Disney, i numeri lo ricordano.
Franco Lodige, 25 dicembre 2025
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