
In vista dell’ottantaduesima edizione del Festival del Cinema di Venezia, si sta scatenando l’ennesima bufera nosense che vede protagonisti i Pro Pal: Venice4Palestine, un nuovo collettivo di attivisti e artisti, ha rivolto richieste surreali e liberticide all’organizzazione, nel nome del contrasto al presunto genocidio del popolo palestinese. Il gruppo ha infatti chiesto il ritiro degli inviti (forse mai recapitati, peraltro) a Gal Gadot e Gerard Butler, accusati di sostenere pubblicamente Israele, per sostituirli con una delegazione palestinese pronta a sfilare sul red carpet con la bandiera.
La polemica ha assunto contorni paradossali: nessuno dei due attori risultava in realtà confermato alla Mostra. Gadot ha deciso di non presentarsi, mentre Butler non aveva mai formalizzato alcuna partecipazione. Una polemica montata su presupposti inesistenti, che ha messo in scena l’ennesima contrapposizione politica su un palcoscenico che dovrebbe restare unicamente culturale. Ma il vero nodo non sta solo nelle richieste illiberal, bensì anche e soprattutto nell’immagine che i simpatici membri di Venice4Palestine hanno scelto per rappresentarsi. Avete visto il logo? Guardatelo bene. Dietro c’è la cartina di Israele, spacciata per Palestina. In sostanza, questi vogliono la distruzione di Israele, la vittoria “dal fiume al mare” della Palestina di Hamas, e non lo nascondono neanche più. Non si tratta di un dettaglio decorativo: è un messaggio diretto, una dichiarazione politica travestita da simbolo di solidarietà.
È proprio qui che la facciata di “buonismo” cede il passo a un contenuto inquietante. Con quell’immagine, Venice4Palestine non invoca convivenza, dialogo o pace, ma propone graficamente la cancellazione di uno Stato intero. Israele, in questa visione, non esiste: esiste soltanto la Palestina, senza alcuno spazio per la coesistenza. È la geopolitica trasformata in grafica, un logo che diventa manifesto di negazione. Il rischio è evidente: quello che si presenta come appello umanitario diventa strumento di radicalizzazione e ammiccamento ai terroristi. Un festival che dovrebbe essere luogo d’incontro tra culture si trasforma così in campo di battaglia ideologico, con simboli che evocano esclusione e annientamento piuttosto che dialogo e confronto.
Ecco perché il logo di Venice4Palestine è quantomeno disturbante: non solo lancia un messaggio politico estremista, ma lo fa con la patina rassicurante della solidarietà artistica. Una minaccia mascherata da impegno sociale. E chissà quanti artisti e influencer che oggi stanno sposando la causa degli attivisti non hanno notato questo dettaglio…
Alla fine, ciò che resta è un festival piegato da tensioni che nulla hanno a che vedere con il cinema, per l’ennesima volta. L’arte cinematografica e la cultura vengono piegati al volere del sentimento irrazionale della pancia del paese. Invece di celebrare il linguaggio universale dell’arte, ci si ritrova a discutere di mappe, confini e rivendicazioni ideologiche. La Mostra, vetrina internazionale del cinema, anche quest’anno, verrà strumentalizzata da chi utilizza la cultura non come ponte, ma come arma.
Alessandro Bonelli, 26 agosto 2025
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