
Paolo Ungari -giurista, docente, figura di primo piano nel mondo dei diritti umani, massone influente- muore nella fossa di un ascensore di un antico palazzo di Roma. Era il settembre del 1999. La conclusione alla quale arrivano gli inquirenti è lapidaria: incidente.
Ungari -docente alla LUISS, collaboratore della Presidenza del Consiglio dei Ministri, attivista per la Lega Italiana dei Diritti Umani- avrebbe meritato maggiore attenzione da parte degli investigatori viste le incongruenze fattuali dell’accaduto. Ma, nonostante le obiezioni dei familiari, tutto passa nel dimenticatoio. Sotto quel silenzio sono rimasti tre vuoti: la Colombia, i documenti sul narcotraffico raccolti da Ungari e mai ritrovati, un litigio con l’onorevole Pasquale Bandiera, un uomo chiamato “Pippo” sparito nel nulla.
Ungari, pochi giorni prima della morte era tornato dalla Colombia, doveva incontrare Carlo Russo, già giudice della corte europea dei diritti dell’uomo, per mostrargli i documenti raccolti. Non poté farlo. La borsa che li conteneva verrà ritrovata da Bandiera, sul suo pianerottolo la sera della tragedia. Il deputato dichiarò di non avergli dato importanza pensando “ad una dimenticanza del professore” quando era uscito da casa sua dopo il loro appuntamento del pomeriggio. Oggi, secondo chi torna a chiedere verità, quelle carte potevano riguardare traffici illeciti legati al narcotraffico.
Poi il litigio. Duro. Con Bandiera -il cui nome appare nella lista della P2– allora presidente LIDU. Al centro, forse, la gestione dei fondi. Un testimone lo racconta, ma resta fuori dagli atti. Sul parlamentare repubblicano emergono non poche contraddizioni: orari che non tornano, versioni che cambiano, comportamenti bizzarri dopo la morte di Ungari. E poi “Pippo”, presenza fissa negli uffici che contano, sparisce. Nessuna identità certa, nessuna traccia.
Tre vuoti senza risposta. Troppi, ma non abbastanza allora per cambiare una conclusione già scritta. Oggi sì. La Procura potrebbe riaprire il caso sotto la spinta dei familiari che non si sono mai dati pace. La vicenda è arrivata in Parlamento, un’interrogazione , primo firmatario Morassut, riporta il dossier Ungari sotto i riflettori perché le nuove perizie mettono in dubbio che quella caduta sia stata accidentale. Che quei ritardi siano fatalità e che le omissioni non siano state pianificate.
Resta una domanda che, dopo ventisette anni, non si è consumata: Non se Paolo Ungari sia caduto, ma se qualcuno abbia deciso che dovesse cadere.
Luigi Bisignani per Il Tempo
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