
Qui al bar, ogni tanto, ci lasciamo trasportare da un pizzico di idealismo. Perciò ci hanno colpito le parole di ieri del Papa, sul volo di ritorno dal Libano, quando ha detto che l’Europa e, in particolare, l’Italia, potrebbero avere un ruolo nel difficile processo di pacificazione in Ucraina. E che il Vaticano sosterrebbe i nostri sforzi.
Lo sappiamo che, come ha detto Donald Trump, queste trattative sono “un casino”. Lo sappiamo che uscire da questo garbuglio sembra impossibile. Ma noi crediamo anche che tentare non nuoccia. Di sicuro, è meglio remare per la pace che remare per la guerra, come fa ultimamente l’Unione europea. E come fa la Nato, che anziché difenderci con i fatti, a volte ci espone ai rischi con le parole.
Ad esempio, evocando attacchi preventivi che sarebbe bene condurre nel segreto e, magari, poi negare, anziché minacciarli a mezzo stampa internazionale. L’Europa dovrebbe ritrovare questo coraggio: ce ne vuole di più, forse, per scendere a patti con il mostro del Cremlino e per convincere Kiev a rinunciare a qualcosa, sacrificando la giustizia per la fine della guerra, che a continuare a combattere, mandando a morire sul terreno altri al posto nostro.
E l’Italia, che è sempre stata specializzata nell’arte della mediazione, benedetta da Leone, potrebbe davvero insegnare qualcosa a questo mondo malato. Finché ci mettiamo sul piede di guerra, non contiamo niente; se riusciamo a offrire un contributo per la pace, forse, potremo anche distribuire qualche carta nella ridefinizione dell’ordine mondiale. Perché – mi è parso di intuire tra un caffè e l’altro – è questo che come europei ci interessa. Forse più del destino del Donbass.
Il barista, 3 dicembre 2025
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