
Ancora un terremoto giudiziario scuote il Partito socialista spagnolo (Psoe), questa volta a cadere è un fedelissimo del premier Pedro Sánchez. Il segretario dell’organizzazione del partito, Santos Cerdán – numero tre della macchina socialista – è stato costretto alle dimissioni, travolto dal cosiddetto “caso Koldo”, un’indagine per corruzione che rischia di travolgere non solo il partito, ma lo stesso inquilino della Moncloa.
Secondo quanto emerso da un rapporto dell’Unità centrale operativa della Guardia Civil, e confermato da un giudice della Corte Suprema, ci sarebbero “indizi consistenti” che inchiodano Cerdán per il ruolo giocato, in “connivenza” con l’ex ministro José Luis Ábalos e con Koldo García, in una rete di tangenti e appalti truccati per opere pubbliche. Sotto la lente, mazzette da centinaia di migliaia di euro, accordi sottobanco e una rete che, dal 2019 al 2023, avrebbe operato all’ombra delle istituzioni con la complicità di alti papaveri del Psoe.
Pedro Sánchez, visibilmente in difficoltà, ancora una volta, si è presentato davanti ai giornalisti per tentare di salvare la faccia. “Chiedo scusa ai cittadini e ai militanti del partito, ero convinto dell’integrità di Cerdán”, ha detto il premier, parlando di “indizi gravi” e promettendo un’inchiesta interna. Poi, come da copione, si è rifugiato nei toni melodrammatici: “Sono triste, questo progetto politico sta facendo del bene a milioni di persone”.
Ma a Madrid nessuno crede più alle lacrime di coccodrillo di Sánchez. Perché questo scandalo arriva in un momento nerissimo per il capo del governo, già indebolito da una raffica di inchieste che colpiscono il suo cerchio magico: la moglie, Begoña Gómez, è indagata per corruzione e traffico di influenze; il fratello David presto finirà sotto processo; perfino il procuratore generale, legato a doppio filo al governo, rischia grosso per una fuga di notizie.
A far precipitare la situazione è anche l’ombra lunga dell’ex ministro Ábalos, già silurato nel 2021 proprio per uno scandalo simile legato alle forniture sanitarie durante la pandemia. Un déjà-vu che ora si ripresenta, con un inquietante dettaglio: Cerdán era stato nominato suo successore proprio da Sánchez, che lo aveva blindato anche all’ultimo congresso di partito. Una nomina che oggi appare quanto meno avventata.
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La bufera giudiziaria ha scatenato una rivolta nelle piazze: a Madrid, in calle Ferraz, circa 600 manifestanti si sono radunati davanti alla sede del Psoe. A sostenerli, Vox, il movimento anti-casta “Se Acabó La Fiesta” guidato da Alvise Pérez e il gruppo giovanile Revuelta. Le proteste si sono trasformate in una sonora contestazione contro il premier, con cori, striscioni, e persino canti della Falange. Il segnale è chiaro: la pazienza è finita.
L’opposizione di centrodestra, con il leader popolare Alberto Núñez Feijóo, non ha perso tempo e ha bollato come “insufficienti e deludenti” le giustificazioni del premier. Ma, realisticamente, non presenterà alcuna mozione di censura, visto che neanche con Vox riuscirebbe a ottenere i numeri necessari. Intanto, le richieste di dimissioni si moltiplicano.
Il Psoe, che arrivò al potere nel 2019 promettendo “rigenerazione democratica” dopo gli scandali della destra, si ritrova ora impantanato in un fango giudiziario che sembra senza fine. E mentre Sánchez esclude elezioni anticipate – per paura di una sconfitta che sarebbe travolgente – gli alleati di governo, da Podemos alla sinistra radicale, tacciono o si limitano a chiedere “spiegazioni”. Ma anche loro sanno che le urne oggi sarebbero una sentenzanefasta…
Franco Lodige, 13 giugno 2025
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