Non drammatizziamo, non romanziamo, esageruma nen: l’affaire Ranucciolo-Lavitolo pare una roba intricata da servizi segreti, ma alla fine, badaben badaben badaben, non è né questione di cerchio magico né di deep state, né di massonerie né di bubusettete di potere torbidoso: è più un mash up di canzoni popolari a partire da quella, celeberrima, di Gabriella Ferri: “Ma che ce frega, ma che ce importa, se l’oste al vino c’ha messo l’acqua…”. Seguitemi. L’oste è Valterino Lavitola; l’amico del cuore è Sigfrido Ranucci; l’amica del cuore, una fra le tante, dell’amico del cuore è Maria Rosaria Boccia, e ti pareva potesse mancare, imperituramente scolpita come “la pompeiana esperta” da Paolo Miei, fra i commensali insieme a Cappellini di Repubblica, Pupo, Patty Pravo, Fulvio Abbate e chi sa chi altri, in alto i calici; l’amica della coratella di Pompei è la tictocchèr di Napoli, Rita De Crescenzo, dalla galera a Roccaraso; il gorilla della tichtocchèr è Bingobongo Tavares; Tavares è l’uomo per le operazioni speciali dell’oste, Lavitola, quello che ha fatto mettere il raudo innamorato sotto al culo dell’amico del cuore.
Vi torna fino a qui? Allora andiamo avanti. Vi ricordate di Maria Rosaria che annuncia un libro verità scritto con il suo maschio perfetto, il quale smentisce, però lei conferma, allora lui non parla più? Alla fine il libro c’è! Autoprodotto su Amazon. Un libro lampo. Scritto con l’urgenza della verità che scalcia in pancia. E siccome siamo in piena epoca Garlasco, tutti ne parlano e quindi è già un successo prima di uscire (meno male che non c’è una Bonino dei libri). Un po’ sturm und drang già dal titolo, “Guai a chi lo tocca. Io, Sigrido e le tempeste”. Sottotitolo: “Il ‘mio’ Sigrfido Ranucci. Tratto da una storia vera”, e siamo alla excusatio non petita e peraltro molto longa, longa, longa, filulilla, pisciarilla. Copertina oltre il cringetrash: lei, la Protagonista Assoluta, narcisisticamente davanti, con sorriso caramellato, il Nibecorto un po’ di quinta, in osceno costume da Superman coi capelli non oleati, lavatissimi, e andiamo di AI abbestia. In più fa il gesto dei cuoricini cuoricini con le mani. Dio, che petaloso! Qualunque sia l’intelligenza artificiale utilizzata, andrebbe carcerata per oltraggio al pudore, siamo all’osceno nel senso di Carmelo Bene, fuori di scena, e anche di testa (quanto al testo, probabilissimamente determinato allo stesso modo, confessiamo di non avere il fegato di affrontarlo: tanto ci sarà chi lo fa in vece nostra, son di quelle operazioni che nella società dei guardaccioni sortiscono un trionfo annunciato).
Guai a chi lo tocca? Ma noi, ci tocchiamo, noi! Ci stiamo già segando solo a pregustare le prelibatezze che vi saranno contenute. Perché la Boccia è una che ne sa, eh. Non per niente scambiava torrenziali messaggi col suo uomo perfetto. In tre formati, elettronico, copertina flessibile e copertina rigida, come noi solo all’idea, l’opera sviscera il rapporto “nato quando l’imprenditrice (di cosa non si è ancora capito, ma ci fidiamo, e poi stiamo verificando) era al centro della cronaca nazionale e diventato progressivamente (sic!) un’amicizia”. Un’amicizia come? Tenera? Hardcore? Dura come già siamo noi? E giù di spatola, sempre più difficile, Sig Batacchi, che ci do che ci do che ci do, che avete capito, i gianduiotti ci dava, “diventati una sorta di moneta simbolica delle loro conversazioni”. Siamo già in odor di Pulitzer, roba da Tre giorni del condor. O magari da Nido del cuculo, va’ un po’ a sapè.
Ma che ce frega, ma che ce importa: moltissimo, qui si va di retroscena, “accanto al Ranucci giornalista emerge il Sigfrido privato (imperdibile) conosciuto dall’autrice: le telefonate, le videochiamate (sic!), l’ironia (immancabile), le discussioni, le prime pagine satiriche costruite per scherzo (ah, anche umorista, Ranucciolo!), i gianduiotti”, i cavalier l’arme gli amori. “Non per costruire un catalogo sentimentale (eh?), per carità, si excusa, non petita, l’autrice (che si palesa come tale ogni 3 parole: sole, cuore e autrice), ma per mostrare quanto facilmente amicizie, rapporti professionali, confidenze e conversazioni possano cambiare significato quando vengono estratti dal loro contesto e trasferite sulle pagine dei giornali. Tra queste figure compare Laura Cianfroni, con la quale Boccia racconta di avere avuto “un confronto nel maggio 2025 proprio a proposito di Ranucci e della frequenza dei contatti fra i due”. Stilisticamente non si capisce un cazzo, in controluce il messaggio è chiarissimo, purissimo, pesantissimo: adesso spiffero tutto, mica è solo Superman a conservare le chat.
Della serie non si butta mai via niente, ché tutto può tornare utile al momento buono. Mò te so capite, Rocco Sigrfidolo, come mai t’eri dissociato dall’amica esperta che ti considerava un gradino sopra i supereroi. Alto, slanciato, muscoloso e tanto, tanto ironico. Con humour. Con utopia (questa è per lettori veramente sovracculturati, non la plebaglia anal/fabeta che vota Bonaccini). Morale della fava, absit injuria verbis: saranno volatili per diabetici (non sforzatevi di capire…; idem come sopra).
Cerchi magici che si inanellano, si spiralizzano, si chiudono: l’oste del cuore aveva messo un petardo sotto al culo di Supersig per evitare che glielo mettesse il Mossad, cioè per tutelarlo, e lo ha fatto saltare per aria lo stesso; analogo effetto minaccia di scatenare quest’altra trottolona amorosa con la sua bomba di libro. Quando la Boccia rotola, è per fare strike. E tutti i birilli volano per aria, per vedere la palla di pelle di Ranucci, fatta dalla pompeiana, figlia di Apollo. Prendete e leggetene tutti, questo è il calice del suo sangue, offerto in sacrificio per la libera informazione senza padroni a schienadritta.
Max Del Papa, 18 settembre 2026
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