Qui al bar, per una volta, non vogliamo parlarvi di politica politicante, ma di politica con la P maiuscola. Perché siamo andati al cinema a vedere l’ultimo film di Steven Spielberg, “Disclosure day”, e ci è venuto in mente che non è semplicemente un film sugli alieni. È un film sull’attualità. In un certo senso, è un film su Peter Thiel.
Sì, perché il creatore di Palantir, notoriamente, sostiene un’ipotesi tanto controversa quanto fortunata: che ci siano dei limiti a ciò che il potere può rivelare alle persone e che, per proteggerle, sia necessario tenerle all’oscuro di alcune verità. Spoiler alert: se non siete ancora andati a vedere la pellicola, per oggi bevete un altro caffè. Fatto sta che il film mette in scena un contrasto tutt’altro che banale: quello tra un gruppo di attivisti che vorrebbero rivelare al mondo l’esistenza degli alieni, che il governo ha tenuta nascosta, e un’azienda privata che opera per conto del Pentagono, custode di questa sconvolgente realtà. Non è un caso che si tratti, appunto, di una mega compagnia capitalistica: tra essa e lo Stato intercorre un rapporto molto simile a quello che vediamo in atto tra i big dell’IA, da Anthropic a OpenAI, e il Dipartimento della Difesa. Il Ceo potrebbe essere tranquillamente Thiel, è un personaggio che sembra cucito su di lui. Tutta la narrazione si gioca su questo dilemma: è giusto fidarsi delle persone e renderle partecipi della conoscenza totale, senza preoccuparsi degli effetti che una rivelazione (disclosure, appunto) potrebbe avere? Oppure la verità è un bene relativo, da contemperare con l’esigenza di salvaguardare la sicurezza nazionale e, forse, globale? E ancora: chi avanza questa preoccupazione lo fa in maniera sincera? O forse ci tiene a preservare la segretezza perché, dal monopolio della conoscenza, può trarre un profitto?
Qui al bar non sappiamo davvero rispondere al dilemma. Ci rendiamo conto che nella nostra società, alla conoscenza (intesa come l’accesso a certe tecnologie chiave) corrisponde sempre di più la possibilità di esercitare un potere enorme. Capiamo che la tentazione di privare la massa delle persone di questa conoscenza può derivare dal desiderio di conservare una posizione di privilegio. E osserviamo i conflitti tra autorità pubblica e soggetti privati nel controllo delle tecnologie, chiedendoci se si debba temere di più ciò che lo Stato può farne oppure il fatto che i privati, a differenza dei governi (in Occidente), non siano sottoposti a nessuna forma di controllo democratico. Ma sappiamo pure che, a volte, è opportuno diffidare del popolo tanto quanto dei tiranni. Abbiamo apprezzato la messinscena di Spielberg proprio perché non dà risposte definitive, non pretende di darne. È la potenza dei racconti rispetto ai testi di filosofia: possono rappresentare i dilemmi morali, l’ambiguità e l’ambivalenza della nostra condizione umana, compito che un tempo spettava alla tragedia greca. Questo film aiuta a pensare. C’è vita oltre il dibattito su Vannacci…
Il Barista, 30 giugno 2026
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