Cosa viene fuori dai social della “molestata” in ospedale

Marzia Sardo ha denunciato la presunta molestia in ospedale. Tanto vittimismo, ma la rete non perdona

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ragazza policlinico tac 2

La domanda delle mille pistole, cos’è il giornalismo, si arrischia sempre più a risposte, a soluzioni preoccupanti. È un trampolino per la politica? La continuazione dell’influencer con altri mezzi, più pretenziosi? L’opportunità per far soldi, per fare festa? Per chi scrive, uomo novecentesco, pateticamente superato, giornalismo sarebbe ancora oggi dire le cose e dirle come stanno, come vanno dette, senza inganni, senza giochi di parole o timore del cosiddetto politicamente corretto. Non ho peli sulla tastiera e se ce li ho non sono miei, per parafrasare una battuta decrepita, novecentesca, puro sessismo maschilista da “merlo maschio”, da Lando Buzzanca.

Sul caso della fanciullona che piange, e ne fa un video per diventare famosa, all’ospedale dove un medico l’avrebbe forse invitata a togliersi il reggipetto, chi scrive c’è andato giù duro. Suscitando le proteste dei suggestionabili, dei bigotti di sinistra e di qualche lettrice popputa che nutre o sogna lo stesso approccio, i profili social una continua patetica latteria. Bene, tempo 24 ore e viene fuori che la tipa in questione sembra proprio una cacciatrice di fama. Si sa, la Rete non perdona, per fortuna o per disgrazia, e questo dovrebbero tenerlo a mente anche gli arrivisti e i pessimi interpreti di loro stessi: esce, subito, una valanga di immagini, di precedenti su questa ragazza angosciata che patisce il sessismo ospedaliero, che non ce la fa più a vivere così e siccome non ce la fa più fa un video, “in preda a fortissima emicrania”, sniff snif, dove tutto è accurato e tutto è sbagliato, per dire improbabile, pessimo, sigh, sob.

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I cacciatori di cacciatrici di fama fanno presto a notare che questa dolorosa, di mostrare le tette ce l’avrebbe per abitudine: nel video autopromozionale si ritrae con la canotta strabordante, ma altrove è sempre lei che se le esalta su un autobus “per distrarre il controllore siccome non hai il biglietto”, alla faccia del maschilismo pubblico; oppure, che originale, se le addobba con due adesivi Peroni, la birra, all’anima del maschilismo pubblicitario; o ancora, che elegante, che raffinata, ci infila in mezzo alcune banconote, alla faccia del maschilismo tossico; o ancora, ma che golosa, ci piazza sopra due ciambelle a colazione; infine, ma questo resta da confermare, le sfodera a un gaypride col cartello, mi piace il pacchio me la spacchio, vale a dire è fluida e ce lo fa sapere.

“Ngè manca mica gnende”, come direbbe zio Frank. Eh, ma una ragazza deve essere, deve fare quello che vuole. Sì, e noi abbiamo diritto a non essere percepiti per quelli che non siamo ovvero scemi. Faccia pure, ma non si può essere, o percepirsi, tutto e il contrario di tutto, alla bisogna, la gente se ne accorge, la recita finisce perché a lungo andare a nessuno piace sentirsi imporre il moralismo vittimistico da chi razzola al contrario, i parafurbi alla lunga stufano. Tanto più che siamo pieni di esibizionisti che cercano una corsia preferenziale alla Ilaria Salis. Questa tipazzona si effigia, o percepisce, come “attrice/attore”, ma dovrebbe meglio precisare: aspirante. La sua pantomima social giusto qualche sua simile poteva convincere, e non particolarmente sveglia, di quelle che l’acume se lo ritrovano tutto nell’apparato mammario. Ma su, finiamola di credere ai guitti, alle cialtronate, “ho chiesto se dovevo scoprirmi e il medico mi ha risposto che se lo faccio siamo tutti contenti”. Silvana De Mari, che è medico, propone una interpretazione meno tossica e più tecnica: se ti decidi, ce la sbrighiamo senza dover aspettare Capodanno.

Ma anche a voler essere indignati di conserva, ma pure ammettendo la beceraggine del medico di turno, questo ricatto puerile ha da finire: chi scrive ha ricevuto millanta messaggi di donne, di ogni età, che di fronte a un commento più o meno ammirato, più o meno opportuno, l’hanno assorbito con la disinvoltura della donna vera, matura, consapevole, che non pensava a diventar famose, ma all’esame che l’attende. Questa ha avuto, va bene, i 15 minuti warholiani, ma è difficile continuino, tanto maldestra è stata l’interpretazione: difficile immaginarsela a ballare Sesso e samba con la Lella al prossimo pride, che poi è la sua unica road map.

Un consiglio, non tanto a lei quanto alla pletora di immaturandi, no ponte, no lavoro, sì Leonka, sì fannullanza petalosa: nella “bio” non scrivete quello che non siete, scrivete: fallit*; nullafacente; buonannullA. Lagnoso/a. Perché questo siete. “Con tutte ste pòcce che sbattono dappertutto”, come diceva quel personaggio di Verdone. “Non ho peli sulla lingua e se li ho non sono i miei”. Non è la bio di chi scrive, ma di chi recita: di una che ha fatto un video per dire che non regge il trauma di un medico che le ha detto di decidersi, di sbrigarsi se vuol togliersi il reggiseno. Capite? Questa faccenda degli wokeopportunisti è andata troppo oltre, e ha a che fare con la salute mentale di chi o la cavalca e/o la subisce. Comprendete?

Max Del Papa, 25 agosto 2025

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