Cronaca

Cos’altro deve fare la famiglia nel bosco per riavere i figli?

Adesso è arrivato il momento di cambiare la legge che assegna a Tribunale e assistenti sociali una sorta di potere assoluto

famiglia nel bosco
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In merito alla vicenda surreale della cosiddetta famiglia del bosco, in questi giorni La Verità ha pubblicato un video curato da Francesco Borgonovo con un titolo che è già tutto un programma: “Regalo di Natale dei giudici alla famiglia nel bosco: una perizia psichiatrica”.

Ospiti del dibattito Red Ronnie e Luca Telese, il quale attualmente dirige il Centro, giornale abruzzese che si sta occupando sin dall’inizio del caso. Durante la discussione sono emersi alcuni significativi dettagli, desunti dalle relazioni ufficiali degli assistenti sociali e dalle due ordinanze del tribunale, che fanno accapponare la pelle. In estrema sintesi, dato che non è mai stato riscontrato un rischio reale ed immediato per i bambini, cagionato dallo stile di vita adottato dai genitori, è emerso un quadro preoccupante, nel quale viene sostanzialmente contestato a quest’ultimi di essere portatori di valori educativi diversi rispetto a quelli dominanti nel nostro Paese.
Tant’è che Red Ronnie ha parlato senza mezzi termini di dittatura, anche in considerazione del fatto che in questo momento è probabile che alla disgraziata famiglia, nel caso volessero abbandonare questa valle di lacrime, verrebbe impedito di riportare in patria i propri figli.

Se così fosse, ma non ne abbiamo la prova provata, l’Italia dimostrerebbe di trovarsi a competere con l’Iran, uno Stato non proprio ai vertici nella tutela dei diritti civili. Ebbene, seppur dopo una lunga battaglia legale, un nostro connazionale, padre di una bambina di 4 anni avuta da una relazione con un donna iraniana, anche in virtù dell’azione della nostra diplomazia, è riuscito a riportare in Italia la figlia, benché fosse stata in precedenza affidata ai nonni materni.

Ma tornando al caso in oggetto, anche Telese non ha risparmiato giudizi assai duri, soprattutto nei confronti degli stessi assistenti sociali, i quali hanno scritto cose piuttosto opinabili, ma che sono state evidentemente prese per oro colato dai giudici.

In particolare, sempre secondo quanto dichiarato dal giornalista, sembra che una di queste assistenti sociali, nel corso di uno dei suoi primi interventi, se così vogliamo definirli, si presentò con due pattuglie di polizia e chiese perentoriamente ai genitori di aprire la porta, ma costoro negarono l’ingresso pretendendo di essere assistiti dal loro avvocato, la qual cosa viene ritenuta grave di chi in quel momento rappresenta l’autorità. In un altra occasione, sempre sottolineata dalla relatrice come elemento a carico della coppia anglo-australiana, la madre avrebbe “preteso” di essere presente nei momenti in cui l’assistente sociale si relazionava con i propri figli. Atteggiamento assolutamente comprensibile, a mio avviso, per un padre e una madre di bimbi così piccoli.
Infine, cosa che dovrebbe far riflettere circa le capacità cognitive di chi ha redatto tali documenti, in queste relazioni viene sottolineato che nei primi giorni di permanente della “struttura protetta” i bambini si mostravano di malumore ed erano restii a socializzare con gli altri minori presenti. E già, infatti è proprio un grave indizio a danno di chi le ha educate, se queste tre piccole creature, essendo sempre vissute a stretto contatto con chi li ha procreati, dopo l’immenso trauma del distacco manifestano qualche disagio. Io credo che chiunque abbia scritto una simile bestialità dovrebbe lui/lei stesso/a ad essere sottoposto a una perizia psichiatrica, altro che storie.

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In definitiva, Telese, dopo aver sottolineato che la famiglia Trevellion-Birmingham ha aderito a tutti, dico tutti i cambiamenti che sono stati loro imposti (una abitazione moderna, una insegnante a domicilio, le vaccinazioni e quant’altro), si è posto la classica domanda delle cento pistole: ma a questo punto cos’altro possono fare per riavere con sé i propri figli?

Ora, in tal senso la matassa non sembrerebbe così difficile da sbrogliare, ma non certamente con l’attuale normativa che, di fatto, trasforma il Tribunale dei minori, insieme ai servizi sociali, in una sorta di sovrano assoluto, concedendo ad esso una quasi totale discrezionalità di intervento.

Io credo invece, secondo quanto suggerito da Antonio Marziale, che si occupa da una vita di questo settore nevralgico delle istituzioni, che sia assolutamente necessaria una profonda revisione della normativa. Una revisione che, senza troppi giri di parole, ponga un limite invalicabile all’allontanamento dei minori dai propri genitori o, in subordine, da chi ne eserciti legittimamente la patria potestà, consentendolo esclusivamente in presenza di un rischio immediato per l’incolumità psico-fisica del minore.

Tutto il resto, ovvero l’idea che le istituzioni preposte possano fare una sorta di processo alle intenzioni ai danni delle famiglie, prospettando ipotetici problemi futuri, non deve mai e poi mai consentire lo smembramento delle famiglie medesime, così come accaduto in quel di Palmoli. Semmai, possono essere adottati tutta una serie di strumenti di sostegno, già ampiamente previsti nel nostro ordinamento, senza sottoporre i malcapitati minori allo strazio infinito che stanno vivendo i bambini del bosco.

In tal senso, proprio in merito al tema caldo della riforma della giustizia, crediamo e speriamo che l’attuale maggioranza batta un colpo anche in questo delicato settore.

Claudio Romiti, 28 dicembre 2025

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