
Qui al bar siamo per la pace. Per quella possibile, perché quella giusta ci sembra più che altro un pio desiderio, ottimo per far proseguire la guerra. Come si dice: il meglio è nemico del bene. Forse non siamo abbastanza buoni come i buoni dell’Europa che vogliono aiutare Kiev e che – lo ha detto Antonio Costa, il presidente del Consiglio Ue – non permetteranno che all’Ucraina accada ciò che è accaduto all’Afghanistan.
Poi, però, leggiamo una dichiarazione dell’Alto rappresentante, Kaja Kallas, a una commissione del Parlamento europeo: “Il costo del sostegno all’Ucraina oggi impallidisce rispetto a quello che dovremmo spendere per una guerra su vasca scala nell’Unione europea”. Dunque, proviamo a capire: il ministro degli Esteri di Bruxelles, pur di convincerci che è una saggia idea quella di rubare gli asset russi per finanziare un prestito a Zelensky, sapendo che poi quei soldi dovremo restituirli, sostiene che mandare a morire i giovani ucraini in trincea sia una questione di quattrini da risparmiare. Spediamoci loro a combattere e a morire, così noi stiamo al calduccio e comunque spendiamo meno di quello che spenderemmo se toccasse a noi fronteggiare l’armata di Putin.
Ora, a parte che l’invasione russa dell’Europa è al momento puramente immaginaria, ci domandiamo: ma questa non è esattamente la stessa logica che applica lo zar all’Ucraina? Non è un modo di concepirla come una specie di Stato cuscinetto? Non è un modo di pensare al popolo che soffre come a carne da macello? Sarebbero questi i valori europei che dovremmo contrapporre alla volgarità del puzzone Trump? Stamattina, il caffè che abbiamo sorseggiato era più avvelenato del solito.
Il Barista, 10 dicembre 2025
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