
È sempre più alta la tensione tra Italia e Svizzera su Crans-Montana. Nel dibattito politico elvetico sta emergendo una diffusa insoddisfazione nei confronti della posizione assunta da Roma in merito all’inchiesta giudiziaria condotta dalla Procura del Vallese sull’incendio del locale Le Constellation. Il malumore attraversa trasversalmente i gruppi parlamentari del Parlamento federale, coinvolgendo esponenti di destra e di sinistra, che contestano a Roma una presunta ingerenza negli affari interni elvetici.
Al centro delle critiche vi è la decisione italiana di subordinare il rientro a Berna dell’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, richiamato in patria, all’avvio di una collaborazione diretta tra magistrati italiani e la procuratrice vallesana Catherine Pilloud. Una scelta che ha attirato l’attenzione anche di esponenti del governo italiano, tra cui il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani, oltre che di numerosi programmi televisivi, soprattutto dopo la scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti, titolare del locale teatro della tragedia. Nell’incendio, avvenuto la notte di Capodanno, hanno perso la vita 40 giovani, sei dei quali italiani, mentre oltre cento persone hanno riportato gravi ustioni.
Le reazioni politiche in Svizzera sono state esplicite. L’ex presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga ha parlato di “inaccettabili i toni di Roma”. Ancora più dura la presa di posizione della socialista del Canton Vaud Jessica Jaccoud, che ha evocato “minacce verso uno Stato di diritto, degne di una politica da western”. Sul fronte opposto, riporta Repubblica, il sovranista ginevrino Mauro Poggia ha dichiarato: “Far credere che la giustizia svizzera sia male amministrata e che abbia bisogno dell’aiuto dell’Italia è insultante”.
Secondo alcuni parlamentari, la risposta del Consiglio federale non sarebbe stata sufficientemente ferma. Il democristiano Vincent Maitre ha definito troppo prudente l’atteggiamento del Dipartimento federale degli affari esteri, sostenendo che “dovrebbe picchiare i pugni sul tavolo”. Ne emerge l’impressione di un Parlamento più rigoroso nei confronti dell’Italia rispetto allo stesso governo, che a Davos ha mantenuto una linea attendista, seppur non priva di imbarazzo. “Non siamo una repubblica delle banane”, il commento di un cronista.
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Sul piano operativo, nelle ultime ore è giunto da Berna un segnale atteso sul fronte giudiziario. In un messaggio indirizzato a Roma, articolato su due livelli, le autorità svizzere hanno annunciato l’apertura alla costituzione di squadre investigative comuni italo-svizzere, richiesta avanzata dalla Procura di Roma e indicata dal governo italiano come condizione per il rientro dell’ambasciatore. Contestualmente, è stata ribadita la distinzione tra responsabilità politiche e giudiziarie, precisando che l’inchiesta rientra nella competenza del Cantone del Vallese e non dell’intera Confederazione.
In mattinata, Tajani aveva spiegato le ragioni dell’irritazione italiana per gli sviluppi dell’indagine, in particolare dopo la liberazione di Moretti, indagato insieme alla moglie Jessica Maric per omicidio, lesioni e incendio colposi: “Finché non abbiamo chiarimenti – ha detto Tajani – noi abbiamo deciso di non rimandare l’ambasciatore, l’ambasciata rimane operativa, aperta, così il consolato”, precisando che “è un segnale per dire attenzione, bisogna fare chiarezza”. Il vicepremier ha inoltre sottolineato che le responsabilità non sono attribuibili alla Svizzera nel suo complesso, ma al livello cantonale.
Nel tardo pomeriggio, il Dipartimento federale degli affari esteri ha formalizzato la propria posizione in una dichiarazione raccolta dell’Ansa, prendendo “atto della richiesta da parte dell’Italia di una stretta collaborazione tra le autorità giudiziarie svizzere e italiane per chiarire le circostanze del tragico incendio di Crans-Montana”, specificando tuttavia che essa “riguarda le autorità giudiziarie”. Il ministero ha ricordato che la competenza spetta “della giustizia vallesana e non della politica”, richiamando il principio della separazione dei poteri. Nello stesso comunicato è stata ribadita la convergenza di obiettivi tra i due Paesi: “La Svizzera e l’Italia perseguono il medesimo obiettivo. Le circostanze che hanno condotto alla morte di 40 giovani provenienti da numerosi Paesi devono essere chiarite con rapidità, trasparenza e in modo esaustivo, e le persone responsabili devono essere chiamate a risponderne”.
Poco dopo, l’Ufficio federale di giustizia ha confermato la possibilità per le procure di Roma e Sion di costituire squadre investigative comuni, come previsto dall’articolo 20 del secondo protocollo aggiuntivo della Convenzione europea di assistenza giudiziaria. Un passaggio che consente l’avvio di una cooperazione operativa già fondata sul Protocollo addizionale sottoscritto da entrambi i Paesi e sulla rogatoria accolta dalle autorità svizzere a metà gennaio.
Franco Lodige, 28 gennaio 2026
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