Cronaca

Crans-Montana, il retroscena sul richiamo dell’ambasciatore che pochi sanno

La decisione del governo Meloni nasconde un passaggio giuridico poco noto ma molto importante

Crans montana ambasciatore
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Non credo di dire nulla di eclatante ma, se vi sono autori che insistono nel criticare le scelte del nostro governo che, richiamando il suo ambasciatore, ha deciso di ingerirsi nella vicenda e nel sistema giudiziario della Svizzera, e rispondendo sul piano politico, sento come doveroso chiarire che questa è, in realtà, una scelta obbligata.

Una questione, prima ancora che di merito, di linguaggio. L’Italia non ha, di fronte alla Svizzera, un interlocutore terzo rispetto alla politica. L’unico interlocutore possibile è il potere politico svizzero, del quale i magistrati elvetici sono la diretta espressione. Se un sistema giudiziario nasce per riflettere equilibri politici post-elettorali, elegge i giudici con criteri di rappresentanza partitica, prevede mandati a termine rinnovabili (dunque, di fatto, una forma strutturale di dipendenza), allora non può pretendere di essere trattato come un tempio intangibile della separazione dei poteri. In altre parole: se la giustizia elvetica è istituzionalmente politicizzata, la risposta non può che essere politica.

Qui non stiamo parlando di telefonate ai giudici, pressioni segrete, violazioni di procedimenti, ma di un atto diplomatico pubblico, che è per definizione politico. Il vero ribaltamento della narrazione: non è l’Italia che “si ingerisce”, è la Svizzera che ha costruito un sistema giudiziario permeabile alla politica, ne rivendica però l’immunità sacrale quando viene criticato. Questo è il cortocircuito.

Non si può invocare l’autonomia assoluta della magistratura quando quella magistratura è eletta secondo criteri politici e risponde a equilibri parlamentari. E allora noi, che per tradizione giuridica non siamo secondi a nessuno, non possiamo chiamare a supporto i nostri giuristi, non possiamo parlare con le parole del nostro millenario sistema giudiziario, parliamo con le parole della politica perché è a politici, anche se vestono la toga, che ci rivolgiamo. Questa la sacrosanta simmetria di posizioni.

 

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L’Italia non contesta una decisione tecnica, reagisce politicamente a un assetto giudiziario che non garantisce, e di fatto non sta garantendo, le stesse forme di indipendenza che noi consideriamo minime. La Svizzera ha fama di efficienza, aura di superiorità amministrativa, reputazione quasi mitologica di “Paese che funziona”. Eppure emerge un impianto giudiziario che, visto dall’esterno, appare sorprendentemente arcaico rispetto agli standard di separazione dei poteri che diamo per acquisiti.

I giudici federali svizzeri sono eletti dal Parlamento (Assemblea federale); l’affiliazione partitica è evidente e, nella pratica, i seggi vengono ripartiti proporzionalmente tra i principali partiti politici. È un dato strutturale, non un accidente. Certo, anche in Italia emergono casi di inefficienze o mancata vigilanza da parte di comuni o enti pubblici, comprese le ASL. Ma in questi casi, anche senza la auspicata separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, la prima sedia che inizia a tremare è quella dei funzionari pubblici.

Come mai, invece, nulla si sa ancora delle indagini (se indagine è mai stata aperta) sul Comune di Crans-Montana? Possiamo anche decidere di non indignarci sul piano giuridico per la scarcerazione di Moretti. A cosa serve tenerlo in manette, se è stato interrogato solo dopo dieci giorni dalla tragedia? Che cosa potrebbe ancora inquinare? E la moglie? Non ha forse avuto un tempo indefinito per farlo? E il Comune? Questo sconosciuto.

E infine, con un sorriso e un mea culpa che viene dallo sguardo alla storia possiamo constatare che la Svizzera sul piano giudiziario è rimasta in un passato che era anche nostro: il sistema degli antichi Romani. Dai tempi di Augusto e fino quasi al quinto secolo dopo Cristo, il territorio dell’odierna Svizzera, suddiviso in varie province, faceva parte dell’Impero Romano. Dunque ha conosciuto il diritto romano e quindi un sistema in cui la magistratura era emanazione diretta del potere politico e della volontà popolare. Ma noi siamo cresciuti, oggi è diverso.

Dall’impero Romano, l’Italia ha compiuto un lungo cammino di evoluzione istituzionale. Attraverso secoli di maturazione giuridica abbiamo oggi un sistema giudiziario e giuridico che può fare tremare i polsi a molti paesi. Piero Calamandrei, Santi Romano, Francesco Carnelutti, Giuseppe Zanardelli, Alfredo Rocco…. Giganti che non possiamo far parlare, non perché manchino le ragioni, ma perché si tratterebbe di una lingua diversa.

Dobbiamo spostare il tavolo: è un tavolo politico, di commensali politici. Ed è a quel tavolo che l’Italia può parlare e deve farlo senza arretrare.

Teresa Casamichela, 27 gennaio 2026

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