Oramai mi sembra sempre più evidente che la campagna stampa scatenata da gran parte della nostra informazione contro la Svizzera, a seguito della tragedia di Crans Montana, scaturisca da un nostro antico complesso di inferiorità nei riguardi di alcuni Paesi dell’Occidente. Un complesso di inferiorità, che qualche volta si fonda su elementi presenti da sempre nel senso comune degli italiani, il quale si manifesta molto spesso nello sport allorché i nostri atleti raggiungano una qualche vittoria di prestigio internazionale. In quel momento un certo qual nazionalismo da stadio, almeno per un momento, ci dà la sensazione essere i migliori di tutto il cucuzzaro dei Paesi avanzati. Un analogo meccanismo pare che stia alimentando la citata campagna stampa, tutta tesa ad intaccare la reputazione di Paese ordinato e socialmente avanzato che si è da lungo tempo guadagnata la Svizzera.
In tal senso mamma Rai non è certo da meno, così come dimostra il servizio riepilogativo sulla tragica vicenda, realizzato per il Tg3 del 1° febbraio da Jacopo Cecconi. Secondo una deriva che coinvolge da tempo una buona parte della stessa informazione, il nostro ha ampiamente utilizzato il metodo di trasformare le proprie opinioni, così come vieterebbe di fare la deontologia del cronista, in fatti certi e, ancor peggio, elementi banali e suggestivi in prove inconfutabili della sua tesi; ossia la grave inadeguatezza del sistema elvetico nel suo complesso a gestire una simile vicenda.
Questi alcuni passaggi del servizio in questione: “I controlli carenti, ammessi immediatamente, sulle misure antincendio del locale; l’incapacità della politica locale di trarre le conclusioni di questa debacle; l’inchiesta, partita a rilento, che si è infine dovuta applicare ad un affiancamento da parte della Procura di Roma (si tratta in realtà di una rogatoria, come stabilito dai trattati con la Svizzera, che consente l’accesso agli atti agli inquirenti italiani, ma niente a che vedere con una indagine congiunta) hanno mandato in fumo – sentenzia senza appello il buon Cecconi – l’antica fiducia sull’efficienza svizzera”.
Ed ecco che, per dimostrare il suo assunto, il giornalista tira fuori dal cilindro la prova regina: la centralinista balbuziente. “Persino dagli audio del numero d’emergenza – spiega – traspare l’impreparazione dell’operatrice, che balbetta di fronte alle drammatiche richieste d’aiuto.”
E come non dargli torto. La balbuzie della centralinista rappresenta senz’altro un livello organizzativo infimo, che non può certamente essere paragonato al nostro, in cui la durata media dei procedimenti giudiziari è senz’altro un vanto per l’Italia: oltre 7 anni per i processi civili, da 3 a 6 anni per quelli penali e 5 per il processo amministrativo.
Tant’è che a quasi 8 anni dal crollo del ponte Morandi, ancora non si è giunti alla sentenza di primo grado. Da noi, cari amici Svizzeri, la giustizia è rapida e silenziosa come i famosi sommergibili di Mussolini, parola di giovane marmotta.
Claudio Romiti, 2 febbraio 2025
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